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Pierre Jacques-Antoine Volaire
(Tolone,1729 - Napoli,1802) Esponente tra i più noti del vedutismo
napletano settecentesco (celebri le sue inquadrature notturne del Vesuvio in
eruzione), estroso e bizzarro, "le chevalier Volaire" si rifece alla pittura
dal vero di Salvator Rosa. Usò con particolare successo la tecnica della
gouache; è considerato uno degli ispiratori diretti della "Scuola di
Posillipo".
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Raffaele Carelli
(Monopoli,1795 - Napoli,1864) Capostipite della celebre dinastia (ma il
nonno, Domenico, allievo di Batoni, e il padre, Settimio, pittore
neoclassico, erano già impegnati nel campo dell'arte). giunse a Napoli nel
1815, cominciando a lavorare presso lo studio di Wilhelm Huber, integrando
con piccole figure i paesaggi dipinti dall'artista tedesco. Allievo di Huber
erano Giacinto Gigante e Achille Vianelli, con i quali si legò di amicizia,
ed assieme si accostarono all'accademia privata di Pitloo, dando così vita
alla "Scuola di Posillipo". Carelli espose ripetutamente, con grande
successo, venendo premiato alle esposizioni borboniche. Nel 1830, paesista
ormai affermato (predilesse le marine del golfo di Napoli), fu nominato
professore onorario all'Istituto di Belle Arti della città. Nel 1834,
accompagnò il duca di Devonshire in un viaggio in Oriente e in Sicilia.
L'anno successivo, diede vita ad una scuola privata di pittura, riducendo
progressivamente la propria attività artistica e preferendo dedicarsi al
commercio di quadri antichi e alla professione di perito d'arte.
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Teodoro Duclère
(Napoli, 1815 - 1869) Di origini francesi ma napoletano di nascita e di
cultura, frequentò lo studio di Pitloo di cui sposò la figlia Sofia e di cui
può essere considerato l'allievo più fedele, al punto che talvolta i suoi
dipinti sono stati confusi con quelli del suocero. Nel 1861, fu nominato
professore di paesaggio all' Istituto di Belle Arti di Napoli. Godette di
vasta notorietà e clientela giungendo ad annoverare tra i suoi committenti
anche lo Zar di Russia.
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Achille Vianelli
(Porto Maurizio,1803 - Benevento,1894) Figlio di un diplomatico e di una
francese, viaggiò molto e mantenne a lungo l'ascendenza transalpina (fino al
1845 conservò il nome Vianelly o Vienelly). Nel 1819 è a Napoli dove
frequenta lo studio di Huber cui Vianelli indirizza pure Giacinto Gigante. I
legami con l'ambiente pittorico partenopeo sono rinsaldati da vincoli
matrimoniali; le due sorelle dell'artista, Flora ed Eloisa sposano
rispettivamente Teodoro Witting e Giacinto Gigante. Tra il 1820 e il 1830,
si dispiega un intensissimo lavoro in comune di Vianelli con Gigante;
assieme frequentano lo studio di Pitloo. Assai attivo anche nell'acquaforte
e nella litografia Vianelli individua la tecnica più congeniale
nell'acquerello che gli procura cospicua fama anche all'estero. Nel 1845 è
nominato professore onorario presso l'Istituto di Belle Arti . Nel 1858 apre
a Benevento una propria scuola di pittura.
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Vincenzo Franceschini
(Casandrino,1812 - 1884) Figlio di un magistrato, fu per pochi mesi, nel
1837, allievo di Pitloo morto in quello stesso anno. Fu poi vicino a Fergola
e Duclère ed ebbe per principale estimatore Salvatore Di Giacomo. Nel 1845
si recò a Roma dove entrò in contatto con gli ambienti romantici. In quel
periodo abbandonò i temi posillipisti, a favore di una pittura di enfasi
romantica. In età matura, anche per una sopravvenuta malattia mentale, smise
di dipingere.
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Alessandro La Volpe
(Lucera,1820 - Roma,1887) Allievo a Napoli di Salvatore Fergola, fu
influenzato dalla "Scuola di Posillipo" - specie per quanto riguarda le
atmosfere dei paesaggi -, pur non facendone parte direttamente. Nell'inverno
1851, accompagnò il duca di Leuchtemburg in Sicilia e in Egitto, traendone
interessanti studi dal vero. È possibile un suo breve sodalizio con Serafino
De Tivoli e Lorenzo Gelati, al tempo della "Scuola di Staggia". Tornato a
Napoli, dopo aver avviato con rovinosi esiti economici un negozio di moda,
si trasferì definitivamente a Roma.
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Giuseppe Bonolis
(Teramo,1800 - Napoli,1851) Compiuti gli studi di disegno nella città
natale, ed assunto l'incarico di insegnante di calligrafia nel locale
Collegio, ne fu quasi subito esonerato e costretto a trasferirsi a Napoli,
per aver preso parte ai moti carbonari. Nella capitale, allievo all'Istituto
di Belle Arti di Joseph Franque, fu da questi indirizzato a Roma, per
studiarvi la pittura italiana dei secoli passati. Tornato a Napoli, Bonolis
si affermò come ritrattista di corte e dell'agiata borghesia, e fu proprio
questa stagione ritrattistica, attenta alla coeva pittura francese e che
interessa gli anni '30, la stagione più felice dell'artista teramano. Che
poi attese a soggetti storico-mitologici, approdando così al campo
accademico, sia pure rivendicando l'importanza dello studio del vero.
Bonolis scrisse anche due brevi trattati sulla didattica dell'arte; nel
1841, assieme a Gennaro Della Monica, fondò a Napoli una scuola d'arte,
alternativa al Real Istituto, importante nella formazione di molti artisti
meridionali, tra cui Filippo Palizzi.
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Giuseppe Fagnani
(Napoli,1819 - New York,1873) Frequentò l'Accademia di Belle Arti di Napoli,
specializzandosi nel ritratto. Temperamento cosmopolita, viaggiò molto, in
Francia, Spagna, Austria, Stati Uniti. Effigiò personaggi famosi; nel 1866,
a New York, eseguì un ciclo di ritratti di alcune delle donne più in vista
della città, intitolandolo Alle nuove muse, poi acquistato dal Metropolitan
Museum. Nella Galleria degli Uffizi è conservato il suo autoritratto.
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Salvatore Fergola
(Napoli,1799 - 1874) Figlio di Luigi, pittore d'impianto hackertiano,
iniziò l'attivià artistica sotto la guida paterna. Ancora ventenne, attira
l'attenzione di Francesco I di Borbone, che gli commissiona una serie di
vedute. Da allora, Fergola "paesista della Real Casa", accompagna il sovrano
in tutte le cerimonie ufficiali. Nel 1830, il suo ruolo viene ufficializzato
come pittore di corte; tuttavia nel '38, forse segno di un favore alquanto
appannato, gli viene preferito Smargiassi nel concorso per la cattedra di
paesaggio all'Istituto di Belle Arti di Napoli. Per Ferdinando Il, esegue
una celebre serie di vedute storico-celebrative, tese a commemorare le
iniziative di promozione economica del Sovrano. Particolarmente famosa,
L'inaugurazione della Ferrovia Napoli - Portici, tela esposta alla mostra
borbonica del 1841. A partire dalla metà del secolo, Fergola si dedicò a
soggetti sacri e a pitture di marine, cui attese in particolare dopo la
caduta della monarchia borbonica.
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Emile-Jean-HoraceVernet
(Parigi,1789- 1863) Nasce in una famiglia di artisti, oltretutto legati
alla tradizione veristica napoletana. ll padre Carle, il nonno materno
Jean-Michel Moreau e lo zio Chalgrin lo educano tempestivamente all'arte.
Nel 1808, diviene amico di Gericault, che frequenta lo studio del padre.
Riceve commesse di lavoro (23 ritratti di cavalli dell'imperatore) da parte
della famiglia di Napoleone, che, nel '14, lo nomina cavaliere della Legion
d'Onore. Ritratti, cavalli e battaglie costituiscono i suoi soggetti
preferiti; grande successo ottiene il quadro La barriera di Clichy. Nel 1829
è nominato direttore dell'Accademia di Francia a Roma, incarico che
trasmetterà, alla fine del '34, ad Ingres. Compie viaggi in Russia e in
Algeria, paese, quest'ultimo, che gli offre la possibilità di inserire nei
suoi quadri l'elemento esotico, sulla scia di Delacroix. Nel 1849, torna a
Roma per preparare il quadro L'assedio, esposto al Salon del 1852.
All'Esposizione Universale di Parigi del 1855 è presente con ben 24 dipinti.
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Gonsalvo Carelli
(Napoli 1818 - 1900) Fu avviato alla pittura dal padre Raffaele; fu poi
allievo dell'inglese William Leicht, con cui perfezionò in modo particolare
la tecnica dell'acquerello. Esordì all'esposizione borbonica del 1830, a
soli 12 anni . Un triennio più tardi l'acquerello Piazza della Vicaria venne
premiato con medaglia d'argento ed acquistato dalla regina Isabella. Enfant
prodige, era coperto di lodi e protetto dall'aristocrazia partenopea; nel
1837, il sovrano gli acquistò due dipinti: Veduta di Napoli con la Torre
della polveriera e Veduta di Cava. Nello stesso anno ottenne il pensionato
per Roma, città dove potè ampliare le proprie conoscenze artistiche ed
entrare in contatto con i paesisti della Campagna romana. In particolare,
divenne amico di Bartolomeo Pinelli. Si recò pure a Parigi, restandovi fino
al 1844 circondato dalla fama e dalle commissioni della nobiltà. Nel 1845,
tornato a Napoli, ricevette dall'ambasciatore russo, per conto dello Zar,
l'incarico di dipingere due grandi paesaggi napoletani, tuttora all'Ermitage.
Impegnato anche sul fronte politico, Carelli prese parte attiva alle vicende
risorgimentali . Nel 1848, a Milano, partecipò alle "Cinque giornate" (in
questa città conobbe anche Massimo D'Azeglio), e, nel 1860, alla Battaglia
del Volturno. Conobbe Alexandre Dumas, collaborando con lui mediante
l'illustrazione del volume Da Napoli a Roma (scrisse Dumas: "Carelli è
allievo di quella grande scuola di paesaggio per la quale i Cabat, gli
Isabey, i Dupré od i Decamps danno la mano a Salvator Rosa"). Nel 1869 fu
nominato maestro di pittura di Margherita di Savoia, futura regina d'Italia.
Lavorò instancabile fino alla fine della vita, anche se l'ispirazione si
andò progressivamente indebolendo, lasciando spazio all'ambito decorativo.
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Achille Carelli
(notizie dal 1852) Figlio di Raffaele, fratello di Gonsalvo e di Gabriele, è
il personaggio meno noto della famiglia di pittori, al punto che ne mancano
i dati biografici essenziali. Praticò, sia pure in declinazione più modesta,
i temi paesistici tipici dei Carelli.
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Gabriele Carelli
(Napoli,1820 - Londra,1880) Figlio di Raffaele, fratello di Gonsalvo e di
Achille, padre di Conrad, ultimo esponente della dinastia, ebbe vita
movimentata: nel 1837 si recò a Roma col fratello Gonsalvo; viaggiò molto in
Lombardia e Svizzera. Tornato a Napoli, due suoi dipinti, Tomba di
Sannazzaro e Sacrestia di San Domenico Maggiore furono acquistati da
Ferdinando II. Analogamente a Gonsalvo, la sua pittura innestata
inizialmente nella vicenda posillipista, andò poi aprendosi alla nuova
pittura del vero. A Londra, dove si era trasferito, esponendovi
ripetutamente, e dove chiuse i suoi giorni, divenne membro della Royal
Academy.
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Giuseppe Carelli
(Napoli,1858 - 1921) Figlio ed allievo di Gonsalvo, si occupò
prevalentemente di paesaggi, nella tradizione di famiglia. Fu, anzi, tra i
più prolifici e fortunati cultori del genere nella Napoli di fine Ottocento.
Temperamento cosmopolita, praticò anche l'acquaforte e la litografia .
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Filippo Palizzi
(Vasto,1818 - Napoli,1899) Grazie ad un pensionato della città natale, si
trasferì a Napoli, per frequentarne l'Istituto di Belle Arti, dove già
studiava il fratello maggiore, Giuseppe. Ma presto abbandonò l'insegnamento
accademico di Smargiassi, a favore di quello, più libero, di Bonolis. Era il
periodo di maggior fortuna della "Scuola di Posillipo", ma gli interessi di
Palizzi si indirizzarono ad altri approdi, che non questo paesaggismo
idealizzato. Non ancora ventenne dette inizio a quegli studi di animali, di
piante, di oggetti, che segnarono una vistosa svolta antiaccademica, e
l'inizio del realismo pittorico a Napoli e in Italia. Erano per lo più
dipinti di piccole dimensioni, che si riconnettevano idealmente alla lezione
realista della pittura del Seicento napoletano, da lungo tempo disattesa. Fa
eccezione un gruppo di opere di argomento garibaldino e risorgimentale, ben
giustificate in Palizzi che prese parte attiva ai moti del 1848 e alle
vicende che congiunsero il Regno delle Due Sicilie allo stato unitario.
Sarebbe un grave errore considerare provinciale la pittura di Palizzi:
aggiornato costantemente dal fratello Giuseppe sulle "novità" della Francia,
l'artista vastese era al corrente della pittura di Turner e di Corot,
conobbe personalmente Degas e, a Parigi, frequentò il caposcuola del
realismo, Gustave Courbet.
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Nicola Palizzi
(Vasto,1820 - Napoli,1870) Dalla città natale, dove aveva cominciato ad
esercitare il mestiere di armiere, fu chiamato a Napoli dai fratelli
maggiori Filippo e Giuseppe. Allievo di Smargiassi all'Istituto di Belle
Arti, si giovò naturalmente degli insegnamenti dei fratelli. Predilesse
tematicamente studi di rocce, di alberi, di corsi d'acqua, ma anche
paesaggi. Espose ripetutamente alle mostre borboniche dal 1843 al '59.
Ottenuto il pensionato a Roma, visitò anche Firenze. Nel 1856 è a Parigi,
dove conosce le "novità" di Corot, della "Scuola di Barbizon", di Courbet.
Dal 1862 al '70, anno della scomparsa, espone alle rassegne della Società
Promotrice di Belle Arti, che avevano sostituito le antiche mostre
borboniche.
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Federico Cortese
(Napoli,1829 - 1913) Allievo di Salvatore Fergola, e poi di Smargiassi
all'Istituto di Belle Arti di Napoli, ricevette una formazione in piena
sintonia con la "Scuola di Posillipo". Si trasferì per un decennio (1854-
1864) a Roma, dove frequentò in particolare il pittore Achille Vertunni.
assieme al quale si dedicò assiduamente a dipingere inquadrature paesistiche
della campagna romana (la tela Ariccia gli fu commissionata da Vittorio
Emanuele II e destinata al Museo Civico di Torino). A Parigi espose ai Salon
del 1868, '79, '80 e all'Esposizione Universale del 1900. Nel 1868, il
governo francese gli acquistò il dipinto Alba sulle montagne della Sabina.
La tela Rovine di un mondo che fu appartiene alla Galleria Nazionale d'Arte
Moderna e Contemporanea di Roma.
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Simone Campanile
(Cava dei Tirreni,1828 - Salerno,1896) Nato da un'umile famiglia, potè
frequentare l'Istituto d'Arte di Napoli solo a prezzo di durissimi sacrifici
e con il sostegno di Filippo Palizzi, che fu il suo vero maestro. Benchè la
sua opera sia numericamente limitata - probabile indizio di un'indigenza che
doveva sovente costringerlo ad altre attività -, essa ottenne buon riscontro
da parte dei contemporanei. Alcuni suoi dipinti appartengono al Museo di
Capodimonte.
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Domenico Morelli
(Napoli,1826 - 1901) Morelli rappresenta - come scrisse Bellonzi - la
polarità opposta (ma neppure sempre, del resto) della pittura meridionale
dell'Ottocento, rispetto a quella interpretata da Filippo Palizzi.
Personalità di doti pittoriche fuori dal comune, di una singolare cultura e
di molti viaggi (in Germania, Olanda, Francia), Morelli fu tradito
dall'inquietudine intellettuale. Se il referente di Palizzi era la realtà,
quello di Morelli risultava invece tutto mentale e letterario. Per pura
esemplificazione, si può suddividere il percorso morelliano in tre fasi
principali: un primo momento accademico, al tempo della formazione presso
l'Istituto di Belle Arti di Napoli, che dura fino al 1855; una seconda fase,
che si spinge all'incirca fino al 1870, improntata ad un repertorio
romantico-storicista (degna di nota, l'attenzione rivolta alle biografie di
artisti); l'ultimo periodo è caratterizzato da temi mistico-simbolici,
ispirati dal Vangelo, dalla Bibbia, ma anche da altre religioni, a
cominciare dall'Islam. Parallelamente ad un influsso propriamente artistico
- che fu fortissimo, almeno in area meridionale -, Morelli esercitò un ruolo
centrale di controllo sulle istituzioni didattiche e professionali dell'arte
a Napoli.
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Saverio Altamura
(Foggia,1826 - Napoli,1897) Giunto a Napoli, segue i corsi serali
all'Istituto di Belle Arti, condiscepolo di Domenico Morelli. Nel 1847,
concorre per il pensionato a Roma e ne esce vincitore. Partecipa attivamente
ai moti risorgimentali dell'anno seguente, viene ricercato dalla polizia ed
è costretto ad abbandonare il regno borbonico, rifugiandosi a Firenze. Qui
frequentò assiduamente gli artisti che si riunivano al Caffè Michelangelo e,
a partire dal 1854, appartiene alla cosiddetta "Scuola di Staggia". L'anno
seguente, assieme a Serafino De Tivoli, compie il famoso viaggio a Parigi
che gli consente di entrare in contatto con le "novità" dell'arte francese e
di informarne i colleghi macchiaioli. La sua pittura seguirà in particolare
tematiche storiche (Le esequie del Buondelmonte, Mario vincitore dei Cimbri)
e risorgimentali, senza però escludere il paesaggio. Dopo il 1860, Altamura
riannoda i legami con Napoli.
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Giuseppe De Nittis
(Barletta,1846 - Saint Germain-en-Laye,1884) Assieme a Zandomeneghi e
Boldini, costituisce il terzo esponente degli "italiani di Parigi", ed è
anche il maggior pittore pugliese dell'Ottocento. Ricevuta una prima
educazione artistica nel centro natale, nel 1861 si recò a Napoli, dove
s'iscrisse all'Istituto di Belle Arti, allievo di Smargiassi. Vi restò poco,
in quanto due anni appresso, fu espulso per indisciplina. Sempre nel 1863,
dette vita, assieme a Marco De Gregorio e Federico Rossano, alla "Scuola di
Resìna". Al 1864 data la prima presenza alla "Promotrice napoletana", dove
espose anche nel '66 e nel '67. In tale data si recò per la prima volta a
Parigi tornandovi l'anno seguente, per stabilirvisi . Nel 1869, sposò
Léontine Gruvelle, che resterà la modella prediletta e che esercitò
grandissima influenza sulla vita sociale dell'artista. Il salotto di casa De
Nittis divenne presto uno dei ritrovi più ricercati dell'intellettualità e
dell'aristocrazia parigine. Gli iniziali interessi paesistici denittisiani
lasciarono il posto ad una pittura di genere influenzata da Meissonier,
circostanza aspramente rimproveratagli dall'amico Cecioni. Il forzato
rientro in Italia, a causa della guerra franco-prussiana, riuscì
provvidenziale per l'artista, che - grazie anche alla lezione macchiaiolesca
- ritrovò i suoi più veri accenti realistici improntati ormai ad un
inconfondibile piglio cosmopolita. D'ora in avanti, quanto gli restava della
breve esistenza, prima che fosse stroncata da un'emorragia cerebrale, sarà
caratterizzato da un crescente successo. Posto sotto la protezione del
mercante Goupil, nel 1874 fu invitato da Degas ad esporre alla prima mostra
degli Impressionisti; del resto, era ormai uno dei pittori preferiti del bel
mondo parigino. Una serie di viaggi a Londra gli aprì le porte del
collezionismo inglese; nel 1875 partecipò con grande successo
all'Esposizione Universale di Parigi. Negli untimi anni di vita si dedicò al
pastello, con tecnica magistrale e con anticipo sulle ricerche analoghe di
Degas.
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Francesco Sogliano
(Capua,1826 - Napoli,1890) Allievo di Nicola Palizzi e di Giuseppe
Bonolis, si accostò in seguito a Domenico Morelli. Ad inquadrature
paesaggistiche affiancò una pittura di genere storico, che fu assai
apprezzata dal governo italiano e in particolare dalla famiglia reale
sabauda, così da procurargli importanti commesse. Del resto, sotto il regime
borbonico, Sogliano si era segnalato per gli atteggiamenti
filo-risorgimentali, al punto di dover abbandonare Napoli. Più tardi, in
questa città diresse una scuola di disegno destinata all'industria .
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Michele Cammarano
(Napoli,1835 - 1920) Figlio d'arte (pittore rinomato il nonno; pittore e
autore di libretti per melodrammi di Verdi e Donizetti, il padre), frequentò
l'Istituto di Belle Arti di Napoli, allievo di Smargiassi. Nel 1856, conobbe
Filippo Palizzi, che ebbe un ruolo importantissimo nella sua formazione.
Temperamento focoso seguì Garibaldi nella campagna del 1860, e poi si
arruolò nella guerra contro il brigantaggio. Questo impegno risorgimentale
gli ispirò grandi quadri, destinati a larga fortuna: La carica dei
Bersaglieri a Porta Pia e ll 24 giugno 1859 a San Martino. Nel 1888, il
Governo italiano gli commissionò l'enorme tela Dogali, per la cui esecuzione
Cammarano si recò in Eritrea, rimanendovi cinque anni. Già vicino, per un
breve periodo, ai Macchiaioli, l'artista esercitò una pittura d'impegno e di
denuncia sociale (nel 1870 era entrato in contatto a Parigi con l'opera di
Courbet): indicativo un quadro come Le risorse della povera gente. Con ogni
probabilità Cammarano dette il meglio di sé quando, libero da imposizioni,
affrontò spontaneamente l'impressione dal vero. Piazza San Marco ( 1868-69
Roma, Gnam) sembra anticipare la ricerca di Manet ed è uno dei quadri
memorabili dell'Ottocento italiano .
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Eduardo Dalbono
(Napoli,1841 - 1915) Figlio del critico d'arte Carlo Tito e nipote di
Gonsalvo Carelli, fu incoraggiato dal padre a seguire la precoce vocazione
artistica. Allievo a Roma di Augusto Marchetti, e poi a Napoli di Giuseppe
Mancinelli e Nicola Palizzi, si accostò successivamente a Domenico Morelli.
I suoi esordi ebbero carattere storico-romantico estremo (indicativa la
Scomunica di Re Manfredi), senza peraltro trascurare quel paesaggismo di
marca posillipista, che divenne poi di gran lunga prevalente nella sua
attività, tanto da essere considerato come l'autentico continuatore della
"Scuola di Posillipo". Sue opere furono esposte con molto rilievo alle
principali esposizioni nazionali d'arte, nel mezzo secolo intercorrente tra
gli anni Sessanta dell'Ottocento e la morte. Nel 1878, grazie alla
mediazione dell'amico De Nittis, avviò una collaborazione intensa con il
celebre mercante parigino Goupil (a Parigi sarebbe rimasto per otto anni),
per il quale eseguì una vasta produzione di taglio decorativo (quello che
Dalbono stesso definì il "dipingere poetizzato"). La sua fortuna critica fu
nondimeno discontinua: esaltata da alcuni studiosi, da altri tacciata di
esteriorità e perfino di "volgarità", fu apprezzata in particolare da
Salvatore Di Giacomo e da Benedetto Croce che raccolse in volume alcuni
scritti d'arte di Dalbono.
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Vincenzo Gemito
(Napoli,1852 - 1929) "Figlio della Madonna", trovatello abbandonato nella
ruota del Monastero dell'Annunziata fu affidato a Giuseppina e Giuseppe (il
"Mastro Ciccio" tante volte effigiato) Baratto, che lo educarono,
restandogli sempre affettuosamente vicini. Fu il padre adottivo ad iscrivere
il ragazzo, perentoriamente portato alla scultura, all'Istituto di Belle
Arti di Napoli, allievo di Stanislao Lista. Quindicenne, modella il bozzetto
per una statua di Bruto e, poco più avanti, il celebre Pescatorello. Già
queste due opere pongono il "problema Gemito", il periodico oscillare dello
scultore tra scelta naturalistica e nostalgia classica. Ma la vera
caratteristica di Gemito fu la libertà del modellato, l'attitudine
antiaccademica, la ricerca attentissima del dato naturalistico, quel porsi
"per la prima volta" di fronte ad un determinato soggetto. Assai indicativa
la serie di testine di "scugnizzi" e pescatori che egli modella in questo
periodo. Ebbe studio, assieme ad Antonio Mancini, nei sotterranei del
monastero di Sant'Andrea delle Dame. Alle sculture - subito celebre Il
giocatore (1870) - affiancò disegni di grande efficacia che indussero
Morelli a proteggere il giovane artista, assicurandogli la commessa di
alcuni busti: di Giuseppe Verdi, di Michetti, di Fortuny, dello stesso
Morelli. Il giovane d'Annunzio colse assai bene il versante ellenico di
Gemito: "Foggiando la nudità umana nell'argilla dei Campi Flegrei, egli
aveva inconsapevolmente l'anima religiosa dello statuario ateniese intento a
cogliere le attitudini degli efebi e delle canefore nella processione delle
Panatenaiche". Nel 1871 -'72 concorre - e lo vince - per il pensionato a
Roma. Tra il '77 e 1'80 vive a Parigi, dove si era recato per esporre ll
pescatore al Salon. È il periodo del suo legame con Matilde Duffaud. Il
notissimo Acquaiolo, commissionatogli dal deposto re delle Due Sicilie
Francesco II, e poi fuso in numerosissimi esemplari, è indicativo di un
superamento del naturalismo. Nel 1881 muore la compagna e Gemito torna a
Napoli, ritirandosi a Capri, dove modella opere assai note: Il filosofo,
Seneca, Bruto, Carmela. Sono anche gli anni in cui realizza la grande statua
di Carlo V. Sposata Anna Cutolo, una modella di grande bellezza, è presto
preso da furiosa gelosia e rancore verso gli artisti che l'avevano ritratta
in passato. Atteggiamento che sfocia in follia, fino al ricovero in casa di
cura. Di qui fugge, nascondendosi per diciotto anni in un appartamento di
via Tasso, dove viveva come un eremita e dove realizzò una serie di
splendidi disegni. Riapparve nel 1909, trasformato ormai in uno scultore di
raffinato ellenismo: il celebre Alessandro il Grande è, al riguardo,
esemplare.
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Antonio Mancini
(Roma,1852 - 1930) Trasferitosi con la famiglia a Napoli nel 1865, s'iscrive
subito all'Istituto di Belle Arti. Fondamentale riuscì l'incontro con
Domenico Morelli che, tra l'altro, l'indirizzò allo studio della pittura
napoletana del Seicento: un referente per lui sempre fondamentale. Suoi
primi modelli furono i pescatori e gli "scugnizzi" che, in quello stesso
periodo, interessavano tanto anche a Gemito, con cui, del resto, Mancini
condivideva lo studio nei sotterranei del monastero di Sant'Andrea. Sono già
capolavori il Prevetariello e Carminella ( 1870), dove - come è stato
giustamente notato - "i vecchi schemi del linguaggio verista appaiono già
superati grazie alle pennellate sintetiche e dense, nonché all'uso quasi
intuitivo del colore" (Luciana Soravia). Presente al Salon parigino del
1872, trattato dal mercante Goupil, Mancini si reca a Parigi nel 1875 e poi
ancora nel 1877-'78, dove può conoscere direttamente gli Impressionisti. Ad
impegnare il pittore sono in particolare le ricerche luministiche, condotte
fino al punto - insoddisfatto degli effetti ottenibili con l'olio - da
introdurre nella composizione pezzi di vetri, di stoffa, di stagnola. Nel
1881, sopraffatto da una serie di crisi nervose, Mancini è internato in
manicomio, dove pure continua a dipingere. Nel 1883 è a Roma; partecipa alle
più prestigiose esposizioni internazionali, e gli onori non gli vengono
lesinati. Nel 1927 è eletto all'Accademia d'Italia. Negli ultimi anni si
dedica molto al ritratto. La sua produzione è di altissima qualità fino alla
fine: Teresita è del 1920; L'uomo dal mantello nero, uno dei quadri più
straordinari che Mancini abbia dipinto, addirittura del 1929.
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Gennaro Della Monica
(Teramo,1836 - 1917) Figlio di un pittore neoclassico costretto a
lasciare Napoli dopo i moti del 1821 e a ritirarsi in provincia, Gennaro
Della Monica fu dapprima allievo del genitore, poi, dal 1848, frequentò
l'Istituto di Belle Arti di Napoli . Qui divenne amicissimo di Federico
Rossano e Marco De Gregorio, i futuri fondatori della "Scuola di Resìna".
Della Monica viaggiò a lungo in Italia, frequentando gli artisti milanesi e,
a Firenze, dove condivise lo studio con Altamura, il gruppo del Caffè
Michelangelo. Poco è noto di questa prima parte di attività, che doveva
consistere in paesaggi e piccole battaglie. Tornato a Teramo, Della Monica
fu autore di una vastissima produzione, spaziante dal genere sacro a dipinti
storici, a impressioni dal vero.
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Raffaello Pagliaccetti
(Giulianova,1839 - 1900) Allievo di Pietro Tenerani all'Accademia di San
Luca a Roma e perfezionatosi a Firenze, fu scultore di grande successo e di
fama internazionale. Tra le opere più note della sua vastissima produzione
figurano il ritratto della Regina Margherita, il monumento a Vittorio
Emanuele II, il busto del Maresciallo Von Moltke, il Pio IX. Nel 1893,
successe a Giovanni Dupré che molto lo stimava, nella direzione
dell'Accademia di Belle Arti di Firenze. Quattro anni più tardi, fece
ritorno a Giulianova. Fu anche spigliato pittore e disegnatore dal vero.
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Teofilo Patini
(Castel di Sangro,1840 - Napoli,1906) E' noto soprattutto come pittore
nell'ambito del realismo sociale: alcuni suoi dipinti, La catena (1878 -'79),
L'erede (1880), Vanga e latte ('83), Bestie da soma ('86), suscitarono al
tempo enorme interesse ed emozione, e restano tuttora degli autentici
capolavori del genere. In realtà, questa fase non costituisce che il
segmento centrale dell'attività del pittore abruzzese. Questi, circostanza
alquanto insolita, decise di dedicarsi alla pittura mentre frequentava i
corsi universitari di Lettere all'Università di Napoli. Allievo di Giuseppe
Mancinelli all'Istituto di Belle Arti della città, attento a quanto facevano
Morelli e Palizzi, fece in tempo a partecipare, e ad essere premiato,
all'ultima Biennale borbonica nel 1859. Si dedicò dapprima al genere
romantico-storicista. Vinse il pensionato di pittura, bandito dal Ministero
della Pubblica Istruzione, trasferendosi a Firenze ed entrando in proficuo
contatto con il gruppo macchiaiolo. A partire dal 1888, Patini si applicò
soprattutto ad una vasta produzione religiosa e propriamente chiesastica, in
cui peraltro trasferì sovente implicazioni simboliche legate al rituale
massonico, al quale il pittore era stato introdotto fin dagli anni del primo
alunnato sulmonese presso Panfilo Serafini.
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Francesco Paolo Michetti
(Tocco Casauria,1851 - Francavilla aMare,1929) Grazie ad un sussidio della
provincia di Chieti, si recò a Napoli, alunno dell'Istituto di Belle Arti.
Fu allievo di Morelli, ma, fuori dalla scuola, guardò assiduamente a Filippo
Palizzi. Amico di Dalbono, restò fortemente influenzato dalla "Scuola di
Resìna". In piena coerenza, la sua attività iniziale era d'impianto
naturalistico, anzi di carattere georgico. Appena ventenne, grazie anche
alla mediazione di De Nittis, cominciò ad entrare nel circuito dei grandi
mercanti d'arte internazionali: Reutlinger, Goupil, Seeger. Già nel 1875 (e
poi nel '77) espose ai Salon parigini; ne seguì una partecipazione serrata
alle principali esposizioni europee. I suoi interessi si andarono
progressivamente incentrando sui temi di folklore abruzzese, approfonditi
direttamente, grazie anche al sodalizio con il demologo Antonio De Nino. La
celebrità gli venne nel 1877 con la tela La processione del Corpus Domini,
dell'83 è Il Voto. Nel 1895, alla prima Biennale veneziana, espose - e fu
premiato - La figlia di lorio, un altro successo e caso clamoroso. Meno
favore incontrarono gli altri due grandi quadri Le serpi e Gli storpi
(1900). Un poco alla volta, Michetti si andò distaccando dal mondo
ufficiale, dedicandosi alla fotografia. Negli ultimi anni attese ad una
pittura monocromatica, a lungo trascurata dalla critica, ma oggi riletta con
diversa attitudine. Nel "conventino" - lo studio-abitazione di Francavilla -
Michetti ospitò un vero e proprio cenacolo di artisti, per lo più abruzzesi:
Gabriele d'Annunzio, conosciuto nel 1880 e diventato presto amico carissimo,
Costantino Barbella, Francesco Paolo Tosti, Edoardo Scarfoglio.
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Costantino Barbella
(Chieti,1852 - Roma,1925) Nel 1872 andò a Napoli a studiare all'Accademia
di Belle Arti, grazie ad una borsa di studio. Fece ritorno a Chieti nel
1874, alla morte del padre. Capace di un modellato assai abile e talvolta un
po' manierato, Barbella, oltrechè per l'attività di ritrattista è noto
soprattutto per avere scolpito figure e scene di genere, spesso ispirate al
folklore contadino abruzzese. Professore onorario all'Accademia partenopea,
si acquistò fama internazionale. Fece parte del "cenacolo" di Francavilla,
che riuniva attorno a Francesco Paolo Michetti, Gabriele d'Annunzio (che
dedicò all'amico scultore alcune pagine giovanili), Francesco Paolo Tosti ed
Edoardo Scarfoglio.
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Pasquale Celommi
(Roseto degli Abruzzi,1851 - 1928) Nato da un'umile famiglia di pescatori,
Celommi ricevette la prima educazione a Montepagano, grazie ad un sussidio
comunale. Fu poi ammesso a frequentare l'Accademia di Belle Arti di Firenze
(la circostanza attestata dalla nipote Fulvia e da varie voci del tempo, non
ha però trovato riscontro nell'archivio dell'istituzione fiorentina). Fatto
sta che il referente privilegiato di Celommi - che si mosse pochissimo e mal
volentieri dal centro abruzzese - fu l'amico carissimo Francesco Paolo
Michetti, attraverso cui entrò in contatto con la Koiné figurativa
napoletana. Estroversa, di grande sodezza formale, la pittura di Celommi fu
molto apprezzata e richiesta, a livello perfino internazionale .
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Gaetano Esposito
(Salerno, 1858 - Sala Consilina, 1911) Allievo all'Accademia di Napoli di
Stanislao Lista, Domenico Morelli e Filippo Palizzi, elaborò un linguaggio
assai personale, caratterizzato da marcata plasticità cromatica e impostato
su robusti registri formali. Esposito restò anche influenzato dalla pittura
seicentista, in particolare da Jusepe De Ribera e da Massimo Stanzione.
Dipinse i soggetti più disparati, ma nutrì una predilezione particolare per
le inquadrature marine, cui va affiancato un nutrito repertorio di ritratti:
pescatori, scugnizzi, contadini, popolane. Abile acquafortista, ebbe un
temperamento fortemente drammatico, cupo e incline all'esasperazione
passionale. Morì suicida, oppresso dal rimorso per la fine di una giovane
modella, uccisasi perché il suo amore per il pittore non era corrisposto.
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Giuseppe Casciaro
(Ortelle, 1861 - Napoli, 1941) Di origini pugliesi, si formò a Napoli,
dove i suoi primi maestri furono Gioacchino Toma e Stanislao Lista.
Tuttavia, l'artista che influì maggiormente su di lui fu Francesco Paolo
Michetti, di cui, verso la fine degli anni Ottanta, vide un gruppo di
pastelli, che l'indussero a studiare e praticare questa tecnica, in cui
raggiunse grande abilità e che gli assicurò la fama. Nell'ultimo decennio
dell'Ottocento, si reco più volte a Parigi, dove tenne pure una mostra
personale. Della sterminata produzione di Casciaro, consistente soprattutto
in paesaggi e marine, appare particolarmente felice quella iniziale, fino
all'incirca all'inizio del secolo.
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Oscar Ricciardi
(Napoli,1864- 1935) Parente di Bernardo Celentano, si formò nella cerchia
del maestro precocemente scomparso. Pittore d'impronta impressionista, negli
anni maturi lasciò decantare una vena di napoletanità pittoresca.
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Federico Maldarelli
(Napoli,1826 - 1893) Allievo di Costanzo Angelini e soprattutto del padre
Gennaro, noto pittore di temi devozionali, si dedicò con insistenza alla
pittura di genere religioso, associando l'impronta purista, tipica del suo
apprendistato, all'inquieto misticismo morelliano. Il successo commerciale
gli derivò però dalla pittura di genere pompeiano: indicativa al riguardo la
Donna pompeiana che legge (Roma, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e
Contemporanea). In età matura, gli fu affidato l'incarico di funzionario
presso il Museo di Capodimonte.
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Giuseppe De Simone
(Napoli,1841 - ) Architetto e pittore di interni, fu pure apprezzato
pittore da cavalletto; particolarmente note risultano le sue raffigurazioni
di architettura antica. Nel 1869 fu nominato professore all'Accademia di
Belle Arti di Firenze. Il Ritratto di Vincenzo Bindi, che qui si espone,
presenta il critico giuliese all'apparente età di vent'anni, e fu quindi
eseguito all'incirca nel 1870.
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