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L'arte italiana dell'Ottocento registra in tutte le sue
manifestazioni una forma di ritardo e di isolamento rispetto a quella europea
(francese in particolare), poiché da un lato non riusciva a sentir propri i
valori della civiltà contadina, che era in via di superamento a causa dei
processi borghesi di unificazione nazionale, dall'altro non poteva ancora
riflettere i valori e le contraddizioni della stessa società borghese, che nel
nostro paese si manifestavano solo in certe aree territoriali e che solo a fine
secolo cominciarono a diffondersi decisamente in tutta la penisola.
In pittura si formano correnti o scuole regionali o
addirittura locali, favorite dalla frantumazione dell'Italia in tanti piccoli
Stati: una divisione che non scompare, dal punto di vista culturale, neppure
dopo l'unificazione. Permane quindi, lungo quasi tutto il corso del secolo, un
filone di pittura accademica, che predilige temi storici (medievali o
rinascimentali), anche con una vena romantica (es. “Il baco” di Hayez), e che
dimostra scarso contatto sia nei confronti della realtà sofferente del mondo
contadino che nei confronti della emergente borghesia. La pittura italiana
appare sì attenta ma non ancora profondamente coinvolta, come invece lo sarà la
pittura francese più innovativa (p.es. il romanticismo di Delacroix - il
realismo di Courbet - la pittura di "sensazioni" degli impressionisti).
Due correnti artistiche acquistano tuttavia rilievo nella
seconda metà del secolo: quella dei macchiaioli e quella dei divisionisti. I
primi sono un gruppo di pittori attivi a Firenze, che intendono reagire alla
pittura romantica ed accademica, sia cambiando i soggetti (li traggono dalla
vita e dagli avvenimenti del tempo), sia abolendo il disegno, trascurando il
dettaglio e rendendo la visione d'insieme con vivaci "macchie" di colore.
Nascono così i dipinti di vita borghese di Silvestro Lega e di Giovanni Fattori.
La teoria dei macchiaioli è quella secondo cui il pittore deve rendere
esattamente ciò che l'occhio percepisce, cioè macchie colorate di luce e di
ombra, senza pregiudizi culturali di sorta.
Il Divisionismo
Verso la fine del secolo nell’Italia settentrionale, dove
inizia a svilupparsi un’economia industriale e la cultura artistica è protesa
verso un radicale ripensamento della propria funzione e dei propri mezzi,
alcuni pittori, in particolare
Giovanni Segantini e Giuseppe
Pellizza da Volpedo, si collegano alle
ricerche francesi postimpressioniste (il puntinismo di Seurat e Signac) e
sviluppano una tecnica innovativa nata dall'esigenza di rappresentare il vero e
gli effetti della luce del sole, accostando i colori nelle sue componenti
primarie che vengono applicati sulla tela a piccoli tratti, in modo filamentoso.
Diversamente dalla ricerca scientifica e distaccata dei
pittori francesi il divisionismo italiano, anche per non aver compiuto
l’esperienza Impressionista, dimostra una profonda partecipazione emotiva,
mettendo in evidenza soprattutto il carattere artistico e simbolico della
tecnica; appartiene ancora in parte alla cultura romantica.
Altre fonti importanti da cui gli artisti divisionisti
traggono insegnamento sono la scapigliatura e la pittura lombarda
dell'Ottocento, sul cui esempio abbandonano il tradizionale chiaroscuro e
cercano la luce dal vivo, dipingendo all'aria aperta. Alcune suggestioni
provengono poi dalle sculture di
Medardo Rosso che, allontanandosi dalla materia
per spingersi verso la ricerca della luce, aveva come scopo dichiarato quello di
comunicare allo spettatore le impressioni e le emozioni provate davanti alla
natura.
Il movimento ha come principale centro artistico Milano,
dove nasce ufficialmente nel 1891, quando le prime opere divisioniste vennero
esposte alla Triennale d’Arte di Brera. Gli artisti si trovarono affiancati
casualmente per la prima volta: Segantini espone tra l’altro l’opera "Le
due madri" (1889), Morbelli presenta opere realizzate con una
tecnica rigorosamente puntinista mentre Longoni dimostra un interesse evidente
ai problemi della luminosità.
E’ la natura il soggetto che guida i divisionisti, tra le
cui fila troviamo il pittore, teorico e mercante d'arte
Vittore Grubicy de
Dragon che, grazie alle conoscenze del mercato europeo, ne diffonde l'opera
all'estero. I suoi quadri presentano un'illuminazione soffusa e crepuscolare che
ricorda la pittura di Antonio Fontanesi, come "Inverno in montagna" (1895).
Gaetano Previati, il più lirico e visionario, utilizza la tecnica divisionista
per dare riflessi dorati e argentei a una pittura sospesa tra sogno e realtà in
opere come Il Re Sole (1890-1893).
In Giovanni Segantini invece, l'atmosfera colma di luce è
presente in tutte le opere, che hanno per tema principale la natura
incontaminata. Ma attraverso il divisionismo, a cui Segantini arriva dopo varie
esperienze, lo stile si sintetizza, il colore diviene più corposo e
l'inquadratura si allarga: ne è un esempio "Alla
stanga" (1866). Anche Plinio Nomellini giunge al divisionismo
dopo aver affrontato in diversi modi il tema della luce: in "Sole e brina"
(1896), quadro dalle tonalità calde ispirate al rosso e al giallo, trasforma la
tecnica divisionista in un mezzo d'intensa espressività stilistica ed emotiva.
Con Angelo Morbelli e Giuseppe Pellizza da Volpedo il
divisionismo si avvicina alle tematiche sociali. Nelle opere di Morbelli prevale
l'aspetto populista, ma il realismo delle immagini è intessuto in una fitta rete
di pennellate eseguite a tratti e minuscole linee, come in "Un Natale al Pio
Albergo Trivulzio" (1909). La ricerca cromatica di Pellizza da Volpedo, già
presente nel "Quarto
stato" (1898-1901), giunge a livelli di perfezione con "Il
sole nascente" (1903-1904).
Un nuovo polo di ricerca divisionista si organizza a Roma, verso il 1895,
intorno a Giacomo Balla.
Preminente, per Balla, rimane il culto scientifico dei valori ottici, con
conseguente rifiuto di ogni evasione mistico-simbolista. Frequentano lo studio
di Balla, Boccioni e Severini, che in seguito troveranno anche nella separazione
del colore un mezzo efficace per esprimere la dinamica del movimento futurista.
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