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Giuseppe De Nittis nasce a Barletta il 25 Febbraio
1846. Pochi mesi prima della sua nascita il padre Raffaele, agiato
possidente, viene arrestato per motivi politici. La madre, Teresa Barracchia,
muore pochi giorni dopo averlo partorito. Giuseppe viene accolto nella casa
dei nonni paterni. Nel 1848 il padre, uscito dal carcere segnato nel fisico
e nella mente, si suicida.
Compie i primi studi di pittura presso Gianbattista
Calò e dal 1861 frequenta all'Istituto di Belle Arti di Napoli dal quale
viene espulso nel 1863 per motivi disciplinari. Dipingere non
poteva essere un mero esercizio di stile; attraverso
la pittura De Nittis voleva dare forma alle proprie emozioni, libero dai
vincoli accademici; la sua arte doveva rispondere prima di tutto a quest'esigenza. L'amore
per la pittura en plein air lo porta a fondare in
seguito, con Federico Rossano, Marco Degregorio e il fiorentino
Adriano Cecioni, la
scuola di Resina, definita ironicamente dal
Morelli "repubblica di Portici".
Nel 1866 espone alla "Quarta Promotrice" di Napoli
Casale nei dintorni di Napoli e
Il passaggio degli Appennini che
ottengono un tale successo da essere acquistati dal Re Vittorio Emanuele II,
per la Pinacoteca di Capodimonte.
Nel 1867 De Nittis, incoraggiato dall’amico Cecioni, presenta alcune
opere alla Promotrice di Firenze, suscitando profonda ammirazione tra i
Macchiaioli i quali riscontrano nella sua pittura
una affinità con il loro programma artistico. Esistono però
notevoli differenze tra le soluzioni artistiche adottate dai pittori di
scuola toscana, e quelle caratterizzanti la pittura di De Nittis. In
particolare, mentre per i macchiaioli il disegno serviva essenzialmente a
"contenere" il colore, in De Nittis il disegno era prevalente; egli
attribuiva grande importanza al risalto cromatico ed alla resa del volume,
della luce e dei colori.
Sempre nello stesso anno si trasferisce a Parigi dove
troverà fortuna ed amore. "Se fossi rimasto in Italia, non
sarei il poco che oggi sono. È a Parigi che devo la mia fama" affermerà
in seguito.
In Francia De Nittis lavora per mercanti d'arte del calibro di Adolphe
Goupil. Il costante bisogno di denaro, necessario a mantenere un elevato
tenore di vita, lo porta a piegarsi alla realizzazione di quadri che
incontrano il gusto del grande pubblico, seguendo l'esempio del
neosettecentismo di Meisonnier. Tuttavia egli non indugia a lungo in questa
pratica contraria alla sua indole.
De Nittis diviene "lo storico del costume del suo tempo". Egli vuole
ritrarre i luoghi in cui si svolge la vita di quella società dinamica ed in
crescita, nonché i volti dei suoi protagonisti. Fra i soggetti preferiti
delle sue opere parigine, le donne. Fra esse Léontine Gruville, sua futura
sposa.
Nel 1869 espone per la prima volta al "Salon". Sempre
in questo periodo, stringe amicizia con quel gruppo di giovani artisti che
successivamente daranno vita al movimento Impressionista.
Lo scoppio della guerra franco-prussiana nel 1870
costringe De Nittis a rifugiarsi con la moglie in Italia, a Barletta. Nel
1872 ritorna a Parigi, espone al "Salon" e ottiene uno straordinario
successo. Il 15 Aprile partecipa alla prima storica mostra degli
impressionisti che si tiene nei locali del fotografo Nadar,
scelta che gli costerà la rottura del contratto con Goupil.
Nello stesso anno De Nittis si reca a Londra per
cercare altri sbocchi commerciali. Qui conosce alcuni uomini
d'affari che divengono suoi mecenati e gli consentono di esprimere la sua
arte in tutta libertà. Così anche a Londra, come
a Firenze e a Parigi, De Nittis riscuote un grande successo. La sua
straordinaria "abilità tecnica" unita alla sua "versatilità" e alla
sensibilità verso la realtà, gli permette di comprendere lo spirito di
questa città fino a diventare un suo eccellente interprete. Da questo
momento De Nittis è al massimo del successo e la celebrità gli apre le porte
dei più esclusivi salotti di Parigi; in quello della Principessa Bonaparte
realizza uno splendido dipinto:
Il salotto della Principessa Matilde.
Nel 1884 dipinge diverse opere tra le quali, quella
che è considerata uno tra i suoi capolavori:
Colazione in giardino.
Il 21 agosto del 1884 una emorragia cerebrale lo fulmina
nel momento in cui sta dipingendo Sull'amaca.
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Un italiano a Parigi
(Articolo di Renato Diez su
Antiquariato - marzo 2002)
Nel 1867, l'anno in cui Giuseppe
De Nittis arriva per la prima volta a Parigi, la città è il luogo d'incontro
privilegiato di pittori e intellettuali da tutta l'Europa. Viverci è una scelta
quasi obbligata per chiunque voglia avere successo nell'arte. “E’ lì che
ogni uomo degno del nome d'artista deve pretendere il riconoscimento del suo
valore": così, quasi sessant'anni dopo, Giorgio de Chirico sintetizzerà una
necessità che è, allo stesso tempo, uno stato d'animo.
Il ritmo della vita, sui nuovi
boulevard costruiti da Haussman, è frenetico. Il ventunenne De Nittis non
conosce nessuno, non parla il francese e non ha denaro: è stato derubato in
viaggio, proprio a Torino. Ma in quello che considera 1'unico Paese al mondo
dove seriamente si comprende l'arte raggiunge presto il successo. E estraneo
all'ambiente artistico italiano, che giudica spesso le sue opere con malcelato
malanimo, ma per la critica d'oltralpe, che lo apprezza senza riserve, è il più
parigino dei pittori francesi. Entra nella società che conta, la sua casa
diventa uno dei salotti frequentati dal bel mondo. Con la moglie Léontine Lucile
Gruville, la piccola, intelligente ed elegante regista della sua carriera, che
De Nittis aveva sposato nel 1869, riceve di sabato. A tavola siedono pittori e
intellettuali come Edouard Manet, Edgar Degas, Gustave Doré, Edmond de Conicourt,
Emíle Zola, Alexandre Dumas figlio. Assieme agli italiani di passaggio, come
Fattori, Signorini e il critico dei Macchiaioli, Diego Martelli. Grazie a una
forza espressiva straordinaria, De Nittis ha interpretato come nessun altro
l'atmosfera di quella Parigi fin de siècle, documentando la folla brulicante, la
vita notturna, i nuovi mezzi di locomozione e un paesaggio urbano che sta
cambiando rapidamente sotto i suoi occhi. Con inquadrature fotografiche,
attentissime all'equilibrio compositivo, sembra ignorare, o relegare sullo
sfondo i monumenti. Lo attraggono i cantieri e le impalcature di quella "città
che sale" (sintetica, felicissima espressione che nel 1910 il futurista Boccioni
usò per intitolare un suo capolavoro) perché rappresentano la modernità stessa
che avanza.
Eppure, analizzando attentamente
i suoi quadri si scoprono complessi percorsi prospettici, che guidano l'occhio
dello spettatore proprio verso quei monumenti che non paiono, a prima vista,
interessarlo. Pittore d'ambienti, di paesaggio e di figura, ma soprattutto di
trasparenze atmosferiche, De Nittis è riuscito a trasmettere alle sue opere lo
spirito francese, ma anche quello inglese. Nel 1874, sostenuto dal banchiere e
mecenate Kaye Kowles, si reca a Londra addirittura senza partecipare
all'inaugurazione della prima mostra degli Impressionisti dove, grazie alla
stima del gruppo e in particolare di Degas, il grande maestro che si confidava
con Léontine, De Nittis era presente con cinque opere. Gli inglesi
riconosceranno stupefatti, nelle sue tele, il cielo, il terreno e l'aria di
Londra.
Come Manet e Degas, era
affascinato dai concorsi ippici. Ma da un punto di vista diverso: se per i due
francesi erano tutto sommato un pretesto per studiare il movimento, De Nittis ne
percepiva l'atmosfera da evento mondano. Gli offrivano l'opportunità di
raccontare l'eleganza, lo stile raffinato e il fascino di un mondo ricco e
aristocratico, raggiungendo esiti d'intensa introspezione psicologica e analisi
sociale. Un mondo nel quale, influenzato dall'ímagerie femminile di James Tissot,
mette in scena solo donne evolute e chic. De Nittis è stato anche un fine
cultore del pastello, tecnica che adotta nel 1875, prima di Degas, ottenendo
spesso esiti stupefacenti: Edmond de Goncourt defini un pastello famoso, il
"Ritratto della Signora De Nìttis", conosciuto anche come La giornata d'inverno,
"la più straordinaria sinfonia del candore".
Il grande successo francese
dell'artista italiano fu solo un minimo riscatto per una vita che, iniziata in
modo luttuoso, finirà presto tragicamente.
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