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La
Maria Stuarda del Fattori fu il suo
ultimo quadro “storico” in senso romantico, mostrandoci un artista ancora
indeciso sulle soglie della pittura di “macchia”. Sappiamo che alla fine di
quello stesso anno 1859 l'artista, già trentaquattrenne, era ancora incerto
se partecipare o meno al concorso indetto da Bettino Ricasoli per quattro
grandi quadri rievocanti Curtatone, Palestro, Magenta, San Martino, e che fu
Nino Costa, giunto appena a Firenze, a dargli l'incitamento decisivo a
partecipare. L'importanza dell'avvenimento sta non soltanto nel fatto che ne
sortì il gran quadro del
Campo italiano dopo la battaglia di Magenta,
terminato nel 1862 (Galleria d'Arte Moderna, Firenze), il primo quadro
storico moderno e italiano, e che da allora ebbe inizio l'influenza del
Costa sul Fattori, ma anche nel fatto che da allora il movimento realista
italiano raggiunse quelle dimensioni ideali senza le quali avrebbe rischiato
di ridursi a puro verismo tecnico (vedutismi da camera ottica o soggetto
romantico con vernice verista) e avrebbe rischiato tutt'al piú di fermarsi a
un generismo tecnicamente poco piú moderno di quello degli Induno.
L'impresa del Fattori mostrava infatti che il “vero”
dei realisti poteva e voleva essere non soltanto la diretta osservazione del
visibile, ma anche ciò che “non visto” (non visto direttamente
dall'artista), aveva tuttavia una sua storica verità. Realista poteva esser
dunque anche la pittura di storia, purché trattasse di una storia viva e
bruciante di attualità, purché in qualche modo avesse una funzione e
incidesse direttamente nel presente. In altre parole l'impresa del Fattori
svolgeva coerentemente il principio di verità togliendo dalla formula
morelliana delle cose “immaginate e vere ad un tempo” quell'aspetto di
gratuita fantasticità che nel Morelli e nei morelliani finiva per
trasformarsi in mero sentimentalismo romantico. Il dipinto sulla Battaglia
di Magenta è un bel quadro. Furono eseguiti dopo un viaggio e molti studi
sui luoghi, e il taglio è semplice e solenne, mettendo solo in rilievo
l'andirivieni o la sosta nelle retrovie senza nulla concedere alla retorica
dell'eroismo della prima linea o della responsabilità dei capi al posto di
comando. Il Fattori eseguì l'uno e l'altro costruendoli a mezzo di quei
vigorosi contrasti di luce e ombra, che gli erano tipici (a cominciare dall'
Autoritratto del 1854) e che adoperò
ancora fin verso il '70. Ma vi impiegò anche quel modo di distribuire le
ombre e le luci secondo piani larghi e sintetici che rimase la sua
caratteristica e determinò gli ulteriori mutamenti del suo linguaggio.
Un tal modo di costruire il quadro per chi voleva, come
il Fattori, affrontare le grandi composizioni, era una necessità tecnica.
Una tavoletta di dimensioni minuscole poteva ben essere condotta a termine
in poco tempo controllando sul vero il tono e il valore di ogni punto della
superficie, ma una grande tela doveva necessariamente essere ripartita in
larghe zone da campire a tinte le più unite e semplici possibili.
Naturalmente il procedimento non era affatto nuovo
(qualcosa di simile era stato fatto dal Solimena un secolo prima), ma nuova
era la materia cui veniva applicato e nuovo lo spirito. Il procedimento
implicava tuttavia qualcosa ancora: la profondità ottenuta non attraverso la
diversa qualità del colore, ma attraverso il contrasto tra i neri e i
bianchi, o, meglio, tra due o piu diversi gradi di grigio. Ciò significa che
la “macchia” di Fattori era piuttosto una macchia-luce (senza colore o con
subordinazione del colore al chiaroscuro) e non una macchia-colore. Questo
non vuol dire che gli altri macchiaioli o lo stesso Fattori nei quadri
piccoli dal vero non riuscissero, e anche assai spesso, a superare la
macchia-luce nella macchia-colore in virtù di intuito geniale e di attenta e
sensibilissima osservazione. Le ombre bluastre o violette, le note
complementari squillanti reperite ed esaltate dal Signorini, dal Borrani,
dall'Abbati e da tanti altri in molte loro opere riuscite, stanno là a
dimostrarlo. Ma nessuna esatta teoria del colore, nessuna consapevole o per
lo meno organica ricerca nel senso dei colori puri e giustapposti intervenne
verosimilmente a confortarli, come poi intervenne invece per gli
impressionisti e i postinpressionisti francesi.
Perciò, distolti gli occhi dal “vero”, i macchiaioli
tendevano fatalmente a tornare a risolvere in termini di chiaroscuro,
anziché di colore, il problema tecnico dell’ “avanzamento” e ,
“arretramento” dei piani. E allora l'intento verista interveniva come un
peso e una remora anziché come un aiuto. Al pittore tradizionale bastava
infatti armonizzare ogni tinta su una tonalità dominante per “risolvere” il
quadro. Al pittore verista occorreva invece che ogni valore e ogni rapporto
fosse otticamente esatto. Nel piccolo studio dal vero ciò era possibile e, a
lungo andare, anche facile. Nella grande composizione da compiere allo
studio, le difficoltà diventavano enormi. Anche a Courbet era accaduto
qualcosa di simile. Non per caso il paesaggio che figura sul cavalletto
dell'artista nella grande tela dell'Atelier
(1855) era sembrato a Delacroix come una “finestra aperta” e cioè troppo
vero rispetto al resto: possiamo intendere le parole di Delacroix (e l'esame
del quadro pare confermarlo) nel senso che quel paesaggio, frutto di molti
studi dal vero, era stato risolto da Courbet su un piano prevalentemente
coloristico, mentre il resto era stato risolto prevalentemente con il
chiaroscuro.
Soltanto Manet, dal '63 (data del
Déjeuner sur l’erbe) stava risolvendo
al tempo del Fattori il problema di costruire grandi composizioni con il
puro colore, quasi senza far uso del chiaroscuro, come avevano fatto i
grandi veneti del Cinquecento. Ricordiamo che è del '68 quel
Déjeuner dans l'atelier che è uno dei
dipinti piú prodigiosi di tutta la storia dell'arte.
Fattori, aiutato dal suo temperamento originariamente
propenso al chiaroscuro, comprese subito che non avrebbe potuto risolvere su
un piano prevalentemente coloristico le sue grandi composizioni e perciò
accentuò il gioco dei chiaroscuri rendendo scarni e severi i colori. Non è
dunque un caso se le sue prime grandi composizioni di battaglie appaiono
tutte dominate da una tinta verdognola e quasi plumbea: la Battaglia di
Montebello del 1862, l'Assalto alla Madonna delle scoperte
(episodio della Battaglia di San Martino) del 1864. Né è un caso se i
ritratti eseguiti da Fattori in questo periodo (esempio
La prima moglie, circa 1864) puntano
magistralmente soprattutto sul giuoco dei riflessi e dei chiaroscuri delle
vesti nere. Anche in seguito dipingere vesti e panni (e cavalli e bovi e
bufali) neri o molto scuri, nei quali quindi il contrasto chiaroscurale si
rivela anche come contrasto cromatico, fu spesso per l'artista motivo di
speciale compiacimento. La stessa origine aveva la predilezione opposta ma
ugualmente viva del Fattori per oggetti interamente bianchi o molto chiari
(tende d'accampamenti, divise militari, cavalli, casolari). Uno dei suoi
capolavori è, in questo senso, il Ritratto della Signorina Siccoli
del 1866. La
Rotonda di Palmieri, dello stesso anno
1866, dimostra che persino nelle minuscole tavolette il Fattori era portato
a risolvere, in questo caso molto felicemente, il gioco cromatico in gioco
chiaroscurale. Le figure appaiono infatti in controluce, come sillouettes
scure intarsiate sul fondo luminosissimo. Sono assai pochi i quadri di
Fattori che, in questo periodo, sono dipinti con relativa morbidezza di
contrasti, probabilmente per l'influenza di Nino Costa e forse anche del
Sernesi: le
Acquaiole livornesi (1865), i
Costumi livornesi e qualche studio di
paesaggio. La stessa forma allungata orizzontalmente dei dipinti rivela
l'intento di conferire alla scena una forma monumentalista, proprio come
aveva fatto Nino Costa.
Una interpretazione cosí prevalentemente chiaroscurale
della “macchia” quale quella che abbiamo esaminato implicava per il Fattori
la necessità, tanto piú pressante nei quadri grandi, di scartare i soggetti
che non fossero bianchi o chiarissimi oppure di rassegnarsi a dipingere
quadri che nel complesso risultassero scuri. Nel primo caso vedeva però
ridursi tollerabilmente le sue possibilità e le sue ambizioni di pittore,
nel secondo andava contro ciò che tutto il movimento macchiaiolo voleva,
cioè impadronirsi della luce del sole, fare entrare l'aria aperta nei
paesaggi, dipingere insomma quadri luminosi e squillanti. Fattori tornò
allora ai contorni, quei contorni che dal '55 in poi i suoi compagni d'arte
avevano negato, che non si potevano considerare “veri” perché in natura non
sono visibili, e che perciò non erano né luce né ombra ma soltanto un limite
convenzionale, tangibile e intelligibile, ma non “visibile” dei corpi.
Tuttavia i contorni di Fattori non furono quelli dei
neoclassici e meno quelli dei romantici: furono i limiti delle macchie e dei
colori, stavolta quanto possibile chiari: da una zona chiara ritto a
un'altra piú o meno analogamente chiara. I “contorni” fattoriani furono
dunque ombra contratta piuttosto che segno e nei “contorni” di Fattori si
rifugiò e quasi rannicchiò l'ombra ritraendosi dai piani avanzati e da
quelli arretrati. I tanti disegni (molti conservati nel Museo Civico di
Livorno) ne sono la puntuale e costante conferma. Non si sottolineerà mai
abbastanza il peso di questa soluzione formale per l'arte italiana di poi:
essa suppliva a una ricerca di colore con una trovata grafica e sviava gli
artisti e gli osservatori illudendoli di porli di fronte a una soluzione del
problema di creare quadri il piú possibile luminosi (cioè cromaticamente
saturi), mentre invece si trattava di una soluzione che offriva soltanto
quadri piú “chiari”; si confondeva insomma la bianchezza con la luminosità e
cioè con il colore.
Fu una soluzione eclettica e di ripiego, simile
(tecnicamente) a quella - parecchi anni dopo - delle varie “secessioni”
pendolanti vanamente tra “art nouveau” e pseudo-realismo. Alla fine del
secolo qualcuno dei realisti italiani, come lo Zandomeneghi, ormai a Parigi
da molti anni, ritrovandosi tra le mani qualche tarda opera del Fattori
reagiva violentemente giudicando il buon livornese con parole gravi (“la
pittura di Fattori - scriveva a Diego Martelli nel '96 - non esiste
sotto nessun punto di vista, né come mestiere né come arte. R una pittura
triste come la fame e rivela un'ignoranza assoluta per parte di chi l'ha
commessa...”), ma nemmeno lui capiva e riusciva a spiegarsi la lontana
origine dell'equivoco fattoriano. Purtroppo l'equivoco intorno al '77 era
divenuto in Italia generale, ma non aveva nemmeno le ragioni morali del
Fattori, che perlomeno vi cadeva per poter seguitare a tener fede a entrambi
i motivi ideali della sua giovinezza: la ricerca della luce e un realismo
non ristretto al dato immediato della visione. Che egli poi sentisse
acutamente l'impaccio e l'equivoco della sua posizione in quanto artista è
attestato dalla sua attività di incisore. La iniziasse nell'80, come afferma
qualcuno, o dal '68, come piú verosimilmente ritengono altri, essa forniva
al Fattori la via per realizzare davvero artisticamente ciò che come pittore
sentiva di non risolvere in modo completo.
Alcune tra le piú belle, come le Erbaiole o i
Buoi bianchi mostrano quanto, specie nella seconda, il segno sapesse
incidersi vigoroso e anzi violento per delimitare gli spazi d'ombra dietro
la chiarità quasi lunare delle masse in luce. D'altra parte urgeva all'animo
del Fattori figurare tutto ciò che costituiva il suo mondo poetico e umano:
bovi pazienti sotto il sole cocente, alberi curvi sotto le raffiche di una
libecciata, volti bruciati dalla vita dei campi, butteri addormentati o al
lavoro, soldati goffamente costretti nei pesanti panni militari, cavalli al
galoppo in una pineta o immoti davanti a un muro: tutte immagini di un
silenzio quasi dolente, dove avverti l'impronta di un affaticarsi arcaico e
senza retorica degli uomini, degli animali, delle cose. Perciò Fattori non
si pose nemmeno i problemi che la visita a Parigi nel '75 avrebbe potuto
sollevargli tornò come se non avesse visto o compreso nulla. Forse accrebbe
solo la tensione lineare delle composizioni, l'intelaiatura grafica che le
governava. Ciò accentuò il suo isolamento, ma lo salvò personalmente dal
cessare di essere se stesso e nonostante tutto gli permise, nei momenti di
superamento felice delle contraddizioni che abbiamo detto, di compiere i
capolavori:
la Libecciata (c. 1880);
il Riposo del 1887 (Brera, Milano); il
Ritratto della figliastra
del 1889 (Galleria d'Arte Moderna, Firenze); Linea di
battaglia (c. 1884), e Grandi manovre (1890) della Galleria
Nazionale d'Arte Moderna di Roma; e potremmo ricordarne altri; oppure opere
meno perfette, ma assai significative: la
Marcatura dei torelli del '90 circa, i
Butteri del 1893, il Cavallo morto,
del 1903.
(da Storia dell'arte in Italia di C. Maltese)
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