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La riforma "macchiaiola"

 

Il più importante dei movimenti artistici italiani dell'Ottocento, quello dei Macchiaioli, si sviluppa a Firenze tra 1850 e '60; ha un fondamento teorico e una direzione programmatica: mira a formare una “scuola toscana” che sia anche la scuola italiana moderna. Attorno ai toscani si raggruppano artisti di altre regioni, che la persecuzione politica ha spinto a cercare asilo nella Firenze relativamente liberale dei granduchi di Toscana. I propositi di rinnovamento artistico erano dunque un aspetto del rinnovamento culturale che, nelle speranze degli intellettuali politicamente impegnati, doveva preparare ed accompagnare l'unità d'Italia. Nel gruppo erano toscani Fattori , De Tivoli , Banti, Sernesi , Signorini, Borrani; era romano Costa, marchigiano D'Ancona, veronese Cabianca, napoletano Abbati. Altri ancora furono, meno direttamente, in contatto con i macchiaioli: Morelli, Dalbono, De Nittis, Toma, tutti meridionali.

E’ infatti con i gruppi artistici napoletani che i macchiaioli cercano d'impostare un'azione concorde, e forse proprio perché il “problema meridionale” si delineava, in quegli anni, come il problema cruciale dell'unità italiana. Dal 1865 al '67 Cecioni, che era anche un critico di lucide vedute, lavorò a Napoli e vi formò, con De Nittis, De Gregorio e Rossano, una scuola di paesaggio (detta di Resina) impostata sui medesimi principi della poetica dei macchiaioli. Teorici, critici, polemisti dei macchiaioli furono Cecioni, Signorini, Diego Martelli: fu questi il primo a parlare, in Italia, dell'Impressionismo francese (fin dal 1879) in cui vedeva un movimento affine e quasi parallelo, benché più robusto, a quello dei macchiaioli.

Di fatto il movimento dei macchiaioli precede ma non precorre l'Impressionismo, con cui ha ben poco in comune. La poetica dei macchiaioli fu una poetica decisamente realista in accordo, semmai, con il realismo di Courbet e dei paesaggisti di Barbizon. Per il suo orientamento realista la poetica dei macchiaioli si oppone al Romanticismo moderato e purista dei pittori accademici come il Bezzuoli, il Ciseri, l'Ussi, sostenendo, come Palizzi a Napoli, la necessità di rifarsi allo studio diretto del vero. Il principio della “macchia” non è soltanto dei macchiaioli: sono pittori di macchia i lombardi Cremona e Ranzoni, il napoletano Palizzi. Ma i macchiaioli ne fanno una teoria: sostengono che il vero si vede come un contesto di “macchie di colore e di chiaroscuro”, sicché ogni macchia ha un doppio valore, come colore locale e come tono; la luce non cambia il colore, ma muta le quantità del tono; “l'ombra non agisce come un panno, ma come un velo” (Cecioni). In ogni dipinto, in quanto rende fedelmente ciò che si vede, tutti i colori funzionano anche come luce e come ombra; tra i due registri di valori (colori-luce e colori-ombra) v'è un rapporto di equilibrio, proporzionale. Naturalmente non può esservi chiaro e scuro se non ci sono corpi solidi che intercettino la luce e si presentino come fatti di parti illuminate e parti in ombra; se ci sono corpi solidi c'è uno spazio pre-esistente che li contiene. Non può evidentemente dirsi diretta e impregiudicata una visione che presuppone le nozioni di spazio, di luce, di oggetto.

Gli impressionisti, risalendo alla sensazione pura, fondano un nuovo sistema di visione del reale; i macchiaioli semplificano, per bisogno di chiarezza, la visione tradizionale, cioè la visione a struttura prospettica. Eliminano le abituali applicazioni scenografiche della prospettiva ma, ritornando così alla formulazione originaria, quattrocentesca, compiono una scelta storica, perché la prospettiva e la chiara situazione dei corpi nello spazio sono qualità fondamentali del linguaggio figurativo toscano dal Quattrocento in poi. Se tutti i valori del dipinto si riducono a luce ed ombra, la costruzione risulterà dalle linee di confine tra colori-luce e colori-ombra: si ripristina così, riveduto, il principio della tradizione figurativa toscana: il disegno. Ma il disegno dei macchiaioli è l'opposto ,del disegno accademico, che consisteva nel delineare l'oggetto (o nel fissarne la nozione intellettuale) per poi passare al colorire (o al rappresentarne la sembianza contingente). Per i macchiaioli il disegno che risulta dal connettersi delle macchie non è il primo, ma l'atto ultimo e conclusivo della pittura, la sintesi che ordina e costruisce nella forma le sensazioni coloristiche e luminose. Riducendo, semplificando, schiarendo il disegno elimina ogni amplificazione oratoria, ogni concitazione emotiva, ogni effusione patetica: la macchia dei macchiaioli è l'antitesi della macchia romantica dei lombardi, Fattori è l'anti Cremona.

I macchiaioli intuiscono che il linguaggio figurativo toscano, per diventare il linguaggio figurativo italiano, non deve essere l'espressione di una élite intellettuale, ma nel senso più largo, del popolo. Nel clima culturale del Risorgimento, infine, la pittura dei macchiaioli è la sola tendenza figurativa che si possa chiamare, con le parole di Gramsci, nazional-popolare. Lo si vede proprio in quella parte dell'opera di Fattori che viene a torto considerata secondaria ed occasionale: i dipinti di soggetto militare, in cui l'artista evita ad un tempo la rettorica patriottica e l'aneddotismo didascalico, come quello di D. Induno.

 Uno dei capolavori di Fattori, In vedetta (1868-70), è un quadro addirittura paradigmatico. C'è dapprima uno spazio vuoto, ridotto all'essenzialità di un piano orizzontale e di un piano verticale, ortogonale; a questo spazio essenziale corrisponde una luce essenziale, portata al massimo grado d'intensità, il bianco. D'un tratto, all'incontro delle coordinate, compare la pattuglia, da cui si è staccato un cavaliere che si avvicina seguendo il muro. A questo punto si ferma il tempo, si blocca lo spazio del racconto: tutti i valori del quadro si allineano nel perfetto corrispondersi ed equilibrarsi di colori-luce e colori-ombra (i chepì bianchi sul cielo grigio-azzurro, le uniformi scure sul chiaro, bianche le bandoliere sulle giubbe turchine, neri e bianchi i cavalli). La profondità si spiana nella superficie, come in una tarsia prospettica del Quattrocento.

Fattori ha eliminato l'effetto scenografico della prospettiva, l'ha ricondotta alla sua funzione originaria. Tuttavia lo spazio non è astrattamente geometrico: il piano orizzontale è sabbioso, con piccoli mucchi di detriti; il piano ortogonale è un muro, di cui si sente l'intonaco calcinato dal sole. E la luce non è la luce universale di Piero della Francesca: è la luce di una tarda, afosa mattinata d'estate. Quasi miracolosamente Fattori riesce a scegliere e fissare l'istante in cui il “particolare”, l'episodio dei cavalleggeri in avanscoperta in un luogo deserto e assolato, coincide con l' ”universale” dello spazio geometrico e della luce assoluta. Dimostra cosi che il suo linguaggio storico, universale, si adatta benissimo alla realtà presente, e che il sistema figurativo dell'arte toscana può diventare il sistema figurativo dell'arte italiana moderna.

Invece non lo è diventato, e non soltanto perché l'Italia unita non ha saputo sviluppare le spinte popolari, a cui doveva l'unità. Se lo stesso Fattori non sempre riesce a raggiungere l'identità assoluta tra episodio visivo e costruzione spaziale, gli altri macchiaioli cedono spesso alla tentazione del “bozzetto” icastico, dell'aneddoto ben raccontato. Telemaco Signorini, nel '65, rappresenta La sala delle agitate di un manicomio. Come Fattori nel dipinto ora descritto, definisce con nuda chiarezza la prospettiva del camerone, la riempie di luce bianca, fa risaltare le figure piccole e scure nel gran vuoto chiaro. Ma le linee prospettiche convergono a un angolo della stanza, le figure si profilano sui piani sfuggenti, i contorni diventano sottili e taglienti per descrivere d'ogni figura il carattere o il gesto. La prospettiva non è la struttura dello spazio, ma una sorta di obbiettivo fotografico che permette una messa a fuoco rapida e nitida: per Signorini lo “spirito toscano” è intelligenza pronta, osservazione penetrante, commento arguto. Non mira, come Fattori, al nucleo profondo, alla struttura della lingua, ma all'impiego agile, elegante, efficace di un linguaggio familiare: così, nella cultura figurativa dell'epoca, la sua opera non è altro che un brillante, ma limitato episodio toscano.

Dei macchiaioli, quello che maggiormente s'accosta, fin quasi a sfiorarla, alla problematica del primo Impressionismo, è Silvestro Lega. Un quadro come Il dopopranzo, dipinto tra il '64 e il '68, non può non rammentare, anche nel tema, le contemporanee ricerche en plein-air di Bazille e Monet. Eppure, al confronto, il dipinto di Lega appare aneddotico: non s'impone allo spettatore con la pienezza della sua realtà, lo interessa come un aspetto gradevole e bene interpretato del reale. La pittura di Lega è severa, non indulge a frivolezze descrittive o narrative; ma utilizza due sistemi rappresentativi diversi, che si sovrappongono senza fondersi: la macchia e la prospettiva. Il miracolo a cui è arrivato Fattori, non si ripete: qui le macchie del colore e della luce sono costrette a disporsi secondo un preordinato telaio prospettico (i tralicci della pergola, le file dei mattoni nel pavimento, il muricciolo, i cipressi lontani). Per quanto sonore e vivaci, le note cromatiche e luminose non fanno lo spazio (come, per esempio, in Donne in giardino di Monet), ma riempiono uno spazio dato; non muovono lo spazio imponendogli il loro ritmo, si muovono lungo i percorsi obbligati di uno spazio immobile. E poiché, muovendosi, appaiono come mutevoli rispetto ad una realtà che non muta, la loro presenza è episodica: se, per ipotesi, l'armatura prospettica scomparisse, la saldezza cromatica si dissolverebbe in vapori colorati (come in Cremona o Ranzoni).

 L'esito dell'impulso rinnovatore dei macchiaioli è stato diverso da quello che i pionieri del movimento si proponevano nelle animate discussioni al Caffè Michelangiolo. L'amara prova che il riformismo delle due “scuole” di Napoli e di Firenze non poteva portare ad un rinnovamento radicale la daranno proprio gli  artisti che decideranno di lasciare la provincia per la capitale e andranno a lavorare a Parigi. A De Nittis (1846-1884) che si era trasferito a Parigi nel '67, toccò l'onore di esporre nel '74 alla famosa mostra degli impressionisti presso il fotografo Nadar, ma l'esperienza parigina e londinese rimase, per lui, esperienza più mondana che artistica.

Il veneziano Federico Zandomeneghi (1841-1917), che da giovane fu in rapporto diretto con i macchiaioli ed amico di Diego Martelli, si stabilì a Parigi nel '74 e lavorò con successo accanto agli impressionisti, e specialmente a Degas: ripetendone i motivi, imitandone i tagli compositivi ed i colori striduli e freddi, ma senza capire la novità strutturale della sua pittura. Giovanni Boldini (1842-1931) si formò a Firenze con i macchiaioli dando prova di un talento precoce e brillante; dal '70 lavorò prima a Londra e poi a Parigi diventando in breve il ritrattista alla moda, pieno di estro e di eleganza, ma incapace di vedere nell'arte degli impressionisti, di cui fu amico, più che una tecnica moderna al servizio dì un virtuosismo grafico-cromatico sorprendente e affascinante.

 

(da "Storia dell'arte"  - di G.C. Argan)

 

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