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Macchiaioli vennero definiti alcuni giovani artisti che
a Firenze, nel 1860, avevano elaborato un metodo per risolvere la
composizione pittorica secondo una concezione formale basata sul rapporto
dei colori, esaltati dai contrasti di luce e di ombra. La "macchia" altro
non era se non la netta e essenziale porzione di colore, che,
convenientemente accostata, consentiva loro di tradurre in immagini del
tutto nuove il mondo del quotidiano.
Furono gli stessi macchiaioli i primi a scrivere della
"macchia" e dei valori formali ed etici ad essa connessi, esaltando il
carattere bohémien e goliardico di quegli incontri e delle discussioni che
ne scaturivano: “Tutto avveniva spontaneo e all'improvviso, il più delle
volte una grave discussione aveva origine da una parola grossa. A un
tavolino vedevasi quattro o cinque che discutevano sul serio, a un altro
sette o otto si sbellicavano dalle rise. Era un corbellare fine e reciproco,
ora gli entusiasmi quarantottini del Lega, ora il pizzo di Ca' Bianca, la
bazza del Fattori, la bocca del Signorini, gli occhialuti del Rivolta e il
nasone di Nino Costa” (Adriano Cecioni).
Nell'estate del 1855 Saverio Altamura e Serafino De
Tivoli di ritorno da Parigi, parlarono con tale entusiasmo della pittura che
là avevano ammirato, basata su rapporti innovativi di luce e di colore, da
spronare le ricerche pittoriche dei giovani artisti che a Firenze
frequentavano il Caffè Michelangiolo. De Tivoli descrisse i violenti
chiaroscuri ammirati nei dipinti della scuola di Barbizon, mentre Altamura,
parlando del ton-gris tanto di moda a Parigi, li aveva indotti a
sperimentare lo specchio nero, che, “decolorando il variopinto aspetto
della natura, permette di afferrare più prontamente la tonalità del
chiaroscuro, la macchia”.
La ricerca si orientò da allora verso la
sperimentazione di un nuovo linguaggio pittorico fondato sui rapporti di
luce e di colore con l'intento di aggiornare per via formale il significato
delle espressioni figurative, di storia o di paesaggio che fossero.
Il paesaggio sembrava il più idoneo ad esprimere il
pensiero e il sentimento individuali, esigenza sentita come prioritaria
dagli artisti, inoltre, nella fase di studio, la presa diretta dal vero
costituì un fondato motivo per apprezzare maggiormente quel genere. Fin dal
1854 Serafino De Tivoli aveva cominciato a recarsi nella campagna senese
intorno a Staggia, insieme ad un gruppetto di artisti, fra cui Saverio
Altamura e Lorenzo Gelati, per dipingere en plein air studi e bozzetti nel
tentativo di ottenere una resa più libera e ariosa dell’atmosfera.
Ma era soprattutto il soggetto di storia che i giovani
frequentatori del Caffè Michelangiolo volevano rinnovare, per ottenere
valori ideologici e formali diversi dalla tradizione romantica; pertanto
adottarono una maniera pittorica basata su potenti contrasti chiaroscurali,
in grado di risolvere attraverso la sola resa figurativa il lirismo della
scena, fino ad allora affidato alla descrizione meticolosa dei particolari.
A rafforzare la convinzione dei pittori toscani nei
valori prioritari della forma contribuì la conoscenza da parte di alcuni di
loro delle ricerche svolte a Roma dagli studenti d'arte francesi. Nel luglio
del 1858, inoltre, Edgar Degas giunse a Firenze, dove visse per quasi un
anno, e dove cominciò a lavorare alla Famiglia Belleli , un quadro di
dimensioni imponenti. Le affinità del giovane Degas con i coetanei
fiorentini, dipendevano dalla comune adesione allo sperimentalismo
positivista che li indusse ad assumere nei confronti dell'arte un
atteggiamento da ricercatori scientifici, avviandoli ad elaborare nuove
maniere figurative e a superare continuamente i risultati ottenuti senza la
presunzione di verità definitive.
In linea con i precetti del Positivismo essi si
prefissero d'indagare con rigore metodologico e secondo un austero controllo
critico, la natura, l'ambiente, la storia a loro più vicini, e la tradizione
figurativa, col proposito di ottenere espressioni più idonee a rappresentare
la società e la cultura contemporanee. Il rapido succedersi degli eventi
politici e militari del 1859 rallentò le ricerche dei pittori toscani; nel
maggio molti degli artisti del Caffè Michelangiolo si arruolarono volontari
per partecipare alla seconda guerra d'indipendenza.
Fra gli artisti rimase in città Giovanni Fattori.
Quando nel maggio del '59 le truppe francesi giunsero a Firenze, Fattori fu
tra coloro che si entusiasmarono alla vista di quel soldati accampati alle
Cascine ed esegui più studi che li raffiguravano, caratterizzati da uno
stile fortemente sintetico e semplificato, ma comunque in grado di tradurre
il senso di precarietà dei militari in attesa degli ordini. A quel tempo
l’artista lavorava alla
Maria Stuarda al campo di Crookstone,
un soggetto di storia letteraria tratto da un romanzo di Walter Scott, con
una stesura "macchiata", a forti contrasti chiaroscurali.
Nello stesso anno Fattori conobbe il pittore romano
Nino Costa, reduce dal fronte. Fu proprio Costa a spronarlo a partecipare al
Concorso Ricasoli, bandito nel settembre del 1859 dal Governo Provvisorio
della Toscana, che Fattori vinse per il tema di storia contemporanea con il
bozzetto del
Campo italiano dopo la battaglia d Magenta,
un dipinto al quale avrebbe lavorato per quasi due anni. L'interesse
suscitato dalla pittura di Nino Costa che, come scrisse Martelli,
trascurava il contenuto a favore della resa formale, sollecitò le ricerche
più sperimentali degli artisti toscani, fondate sugli studi eseguiti
all'aria aperta e del tutto incuranti del soggetto, valido solo come “Pretesto
per sciogliere un problema di ombre, di luce, di colore” (Cecioni).
Nella primavera del 1860 Banti, Borrani, Pointeau e
Signorini si recarono a dipingere a Montelupo, nel Valdarno fiorentino, per
elaborare un metodo di resa del paesaggio per nette scansioni cromatiche
risaltate dall'intensità della luce del sole e dalla violenza delle ombre.
Di quelle giornate trascorse all'aria aperta Cecioni rievocava l'entusiasmo:
"Guarda Banti, la bellezza di quel bianco sul fondo!", "Guarda,
Signorini, il tono delle ruote sul bianco della strada!", "Guarda la
forza degli sbattimenti". “Bastava la vista di un bucato teso perché
il bianco dei panni sul fondo grigio o verde gli facesse andare in frenesia.
E gente che si entusiasmava alla vista di un branco di pecore col sole in
faccia, di un monte col sole dietro; gente che andava quasi in delirio in
faccia alla macchia che presentava un bove a pascere sul prato, o
traversando la strada a mezzogiorno nel mese di luglio».
Alla fine del 1860 si stabiliva a Firenze Giuseppe
Abbati, cominciando ben presto a frequentare i pittori del Caffè
Michelangiolo, che ospitava spesso e volentieri nella sua casa alle pendici
della collina su cui s'innalza la basilica di San Miniato.
Molti pittori macchiaioli presentarono loro opere alla
Prima Esposizione Italiana del 1861: Abbati due interni di San Miniato;
Fattori presentò la redazione non ancora ultimata del Campo italiano dopo
la battaglia di Magenta; Stanislao Pointeau, i Renaioli sull'Arno;
Borrani, Il 26 aprile del 1859, un soggetto evocativo dei fermenti
patriottici che precedettero la fuga da Firenze di Leopoldo II di Lorena, ma
tradotto nel tono pacato di una scena domestica dove l'unico riferimento
agli eventi è il tricolore che una ragazza cuce dinanzi alla finestra; un
quadro che testimonia dell'atteggiamento critico e intransigente con cui i
macchiaioli affrontarono i temi risorgimentali, senza nulla concedere alla
retorica; Telemaco Signorini presentò Pascoli a Castiglioncello,
esito degli studi eseguiti durante quell'estate nella tenuta Diego Martelli
aveva ereditato dal padre.
Nel maggio precedente Signorini si era recato a Parigi
con Banti e Cabianca, passando da Torino per visitare la Promotrice dove
erano esposti il suo Quartiere degli israeliti a Venezia e Il
mattino di Cabianca. A Parigi, i tre artisti giunsero desiderosi di
conoscer quanto più possibile della pittura contemporanea, soprattutto
quella di Corot, di Decamps dei pittori di Barbizon; visitarono il Salon e
le altre esposizioni parigine, ed ebbero modo di frequentare gli atelier di
alcuni artisti fra cui quello dello stesso Corot. Grande ammirazione
suscitarono in loro i temi campestri di Jules Breton e di Jules
Bastien-Lepage, che, per la forza realistica della resa e il tono austero e
solenne, infondevano dignità alle umili esistenze contadine.
Da quel momento le ricerche dei toscani volsero verso
una più pacata resa del naturale e un modo più equilibrato di comporre la
veduta rispetto alle forti scansioni cromatiche elaborate l'anno precedente.
Banti e Cabianca eseguirono opere esemplari del loro sodalizio artistico,
quali Riunione di contadine e La filatrice; in ambedue la
luminosità intensa, in contrasto con le ombre degli edifici, ha una forte
valenza compositiva, ma la stesura si fa più minuta, quasi pulviscolare, a
suggerire un'atmosfera più sentimentale e avvolgente. Al nuovo corso delle
ricerche macchiaiole dovette contribuire anche l'esempio di Nino Costa.
Nelle estati dei primi anni Sessanta a Castiglioncello
Borrani e Sernesi, ospiti nelle proprietà che Diego Martelli aveva ereditato
alla morte del padre, eseguirono vedute della casa di Diego, degli annessi
agricoli, delle piccole baie ombreggiate dai lecci, rese con una pittura di
grande qualità. Il carattere cordiale di Diego Martelli permise che la sua
grande casa divenisse il luogo privilegiato di vacanza dei macchiaioli fra
il 1862 e il 1867
Nacquero in quelle stagioni opere fondamentali della
cultura macchiaiola, come l'Orto di Diego a Castiglioncello di
Borrani, o Marina a Castiglioncello di Sernesi, e le solenni visioni
della campagna che Abbati alternava a immagini idilliache quali Bimbi a
Castiglioncello. Nel 1867, quando Sernesi era morto da un anno, ferito
durante la terza guerra d'indipendenza, fu Giovanni Fattori a trascorrere
l'estate a Castiglioncello insieme a Borrani e ad Abbati, spronandosi
vicendevolmente a studiare modi nuovi di trasporre quei paesaggi solitari,
ora risolti in composizioni più solenni e monumentali.
Fu il primo anno che Fattori trascorreva di nuovo a
Firenze, dopo quasi sei anni passati a Livorno con la sua famiglia. Là egli
eseguì una serie di studi di paesaggio, e di ritratti, notevolissima per la
qualità e l'importanza che avrebbe avuto per l'evoluzione della macchia. Se
La
Rotonda di Palmieri, eseguita a quel
tempo, è infatti un'espressione eccellente della sintesi macchiaiola, in
linea con gli esiti di Sernesi e di Abbati, opere quali Contadina nel
bosco o
Acquaiole livornesi, con il loro tono
solenne applicato alla semplicità dei temi, sarebbero divenute modello
esemplare per un'arte di nuovo incline al sentimento.
Anche a Firenze, come a Castiglioncello, la ricerca
macchiaiola si concentrava sul paesaggio, prediligendo come luogo
d'ispirazione la campagna di Piagentina, ai margini della città. “Nella
Firenze d'allora fuori la porta alla Croce [ ... 1, si costeggiavano le mura
lungo un sobborgo [ ... ] fino alla torre Guelfa. Di qui, dove erano le
ultime case, e dove con mia madre e il mio fratellino abitavo io, la strada
chiusa fra muri, si divideva in due: una portava a un bel viale di platani
che andava dritto al ponte sospeso sull'Arno; l'altra inoltrandosi per un
lungo tratto fra i campi fino a un ponticello sull'Affrico. Al di là del
ponticello si stendevano gli orti e le case coloniche di quella campagna
umile e modesta che fiancheggia l'Arno, detta Piagentina» (T. Signorini)
Fra i primi a sentire il fascino di quei luoghi fu
Silvestro Lega, che fin dal 1861 cominciò a far studi dal vero negli orti e
nei campi che circondavano il villino dove viveva Virginia Batelli, la donna
amata dal pittore. Presto lo seguirono Signorini, Abbati, Borrani, e Adriano
Cecioni una volta terminato il pensionato artistico a Napoli. La scelta di
isolarsi a lavorare in campagna comportò un meditatissimo esercizio di
analisi e di ricomposizione formale che aveva come soggetto di studio un
universo amato e ormai assediato dal materialismo della vita contemporanea e
dal progresso.
Come Lega, anche Borrani andò a vivere a Piagentina,
dove dipinse le sue opere più meditate e belle. Nell'autunno del 1867,
ricevette la visita di Giuseppe De Nittis, allora a Firenze per presentare
alla mostra della Società Promotrice alcuni suoi paesaggi, fra cui la
Traversata degli Appennini, un quadro che suscitò l'entusiasmo dei
toscani per la cura con cui era stata resa l'atmosfera umida e piovosa della
giornata invernale.
In quel periodo ebbe inizio la disgregazione del gruppo
dei macchiaioli: fra il 1866 e il 1868 erano morti Sernesi e Abbati, De
Tivoli e D'Ancona si erano stabiliti a Parigi, dove li avrebbero raggiunti
Boldini, Zandomeneghi e De Nittis, mentre Cabianca si trasferiva a Roma, e
anche quelli di loro rimasti in Toscana ebbero esperienze personali che li
portavano a viaggiare attraverso l'Italia e l'Europa, o a rifugiarsi in
luoghi solitari e incontaminati.
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