Pagina superiore

 

 

 

 

 

 

 

 

Cerca nel sito

 

 

 

 

 

   

 

 

 

      

 

 

Hit Counter

 

 Andrea Appiani

 

 (1754 - 1817)

 

                 

Nato a Milano il 23 maggio 1754, nel 1769 è alla Scuola privata del nudo di Carlo Maria Giudici, poi è con De Giorgi, con cui studia Leonardo, Raffaello e il Luini; con Knoller e Traballesi studia ancora l'affresco. Nelle opere giovanili l’Appiani si rifece ai modelli classici del primo cinquecento lombardo, da Leonardo a Bernardino Luini.

Nel 1783-84 è in viaggio a Firenze. Quando incomincia, nel 1789 per l'arciduca d'Austria, la Storia di Amore e Psicbe per la Rotonda delle Serre nella Villa Reale di Monza, l'Appíani ha una personalità ben definita: adotta, da un lato, la grazia compositíva dei cammei e della pittura greca e, dall'altro, una morbidezza di esecuzione (stesura smaltata e chiara del colore, sfumato, certe movenze, muto ed enigmatico « sorriso ») che è tratta chiaramente da Leonardo e dai leonardeschi.

 Gli artisti neoclassici vengono di solito accomunati in un presunto ossequio ai precetti del Winckelmann e del Mengs. In realtà le differenze tra le varie scuole e regioni permangono profonde per tutto il periodo tra il 1785 e il 1815 e nonostante che il linguaggio neoclassico sia un grande linguaggio comune europeo occorre distinguere le varianti e le divergenze. In particolare per quanto riguarda l'Appiani occorre dire che l'idea winckelmaniana della « quieta grandiosità », con la sua conseguente negazione del movimento, non aveva fatto e non fece mai su di lui alcuna presa.

Con l’arrivo a Milano di Napoleone, la vita dell’Appiani muta radicalmente. Entusiasta sostenitore dei Francesi, osserva attentamente il generale mentre entra in città donandogli subito un suo ritratto. E’ l’inizio di una simpatia reciproca che non si incrinerà mai e che lo porterà ad assumere incarichi pubblici di prestigio, fino ad ottenere nel 1805 la nomina a 'premier peintre'.

Comincia in quest’epoca la serie dei ritratti. Dipinge il “Ritratto di Napoleone” (terminato nel 1803), il “Ritratto del generale Desaíx” e quello di Francesco Melzi. Tra questi il capolavoro è il Ritratto di Napoleone : non è un ritratto « all'eroica », non è ricercata la bellezza ideale neoclassica, come accade per il David,  l'autorità, la dignità, la forza di Napoleone non stanno nel vigore fisico o nell'impeto travolgente del fare, ma nella luce interiore, nello sguardo profondo e incavato, nella sapienza tattica e strategica che si vuol mettere in luce. Il dipinto riecheggia nello schema quello del San Giovannino leonardesco, con in piú il senso di distacco che deriva dal non far guardare il ritrattato negli occhi dello spettatore.

A celebrazione dell'epopea napoleonica, dipinse la serie dei Fasti, ad affresco, per il Palazzo Reale di Milano (1803-1807), perduti in seguito ai bombardamenti. Ne sono giunti a noi soltanto due: il ciclo comprendente l’affresco con l’Apoteosi di Napoleone e quelli delle quattro Virtù che lo contornavano e che erano stati precedentemente staccati e posti al sicuro.

In tali affreschi l’Appiani si attenne al vero con una franchezza che è unica tra pittori italiani dell'età neoclassica. Per l'Appiani si trattava di narrare la storia, e quindi di dare un giudizio diretto e inequivocabile sugli eventi.

Dopo il compimento dei Fasti l'Appiani aumenta il repertorio esteriore del neoclassícismo, crescono le allegorie mitologiche (la Toletta di Giunone, l'Incoronazione di Giove e il Carro di Fetonte), e fa capolino l'adulazione come nell'affresco dell'Apoteosi di Napoleone, nudo e in trono come Giove Olímpico, nel Palazzo Reale di Milano (1808). Dal punto di vista formale la ricerca di movimento è tuttavia la costante inclinazione dell'Appiani, che immagina il Carro del Sole in un audace scorcio frontale o un Parnaso animatissimo in un affresco della Villa di Monza (1810). Inelimínabile è poi sempre il riferimento al Luini e ai leonardeschi nella morbidezza sfumata del modellato o nella tipología dei volti.

Nel 1813 la sua parabola si spezza. Paralizzato da un colpo apoplettíco, l'Appiani muore a Milano nel 1817, in tempo per aver visto tramontare drammaticamente gli uomini e le idee ai quali aveva liberamente, e senza rinnegarsi, aderito.

 

 

                     h