|
Nato a Milano il 23 maggio 1754, nel 1769 è alla Scuola
privata del nudo di Carlo Maria Giudici, poi è con De Giorgi, con cui studia
Leonardo, Raffaello e il Luini; con Knoller e Traballesi studia ancora
l'affresco. Nelle opere giovanili l’Appiani si rifece ai modelli classici
del primo cinquecento lombardo, da Leonardo a Bernardino Luini.
Nel 1783-84 è in viaggio a Firenze. Quando incomincia,
nel 1789 per l'arciduca d'Austria, la Storia di Amore e Psicbe per la
Rotonda delle Serre nella Villa Reale di Monza, l'Appíani ha una personalità
ben definita: adotta, da un lato, la grazia compositíva dei cammei e della
pittura greca e, dall'altro, una morbidezza di esecuzione (stesura smaltata
e chiara del colore, sfumato, certe movenze, muto ed enigmatico « sorriso »)
che è tratta chiaramente da Leonardo e dai leonardeschi.
Gli artisti neoclassici vengono di solito accomunati
in un presunto ossequio ai precetti del Winckelmann e del Mengs. In realtà
le differenze tra le varie scuole e regioni permangono profonde per tutto il
periodo tra il 1785 e il 1815 e nonostante che il linguaggio neoclassico sia
un grande linguaggio comune europeo occorre distinguere le varianti e le
divergenze. In particolare per quanto riguarda l'Appiani occorre dire che
l'idea winckelmaniana della « quieta grandiosità », con la sua conseguente
negazione del movimento, non aveva fatto e non fece mai su di lui alcuna
presa.
Con l’arrivo a Milano di Napoleone, la vita
dell’Appiani muta radicalmente. Entusiasta sostenitore dei Francesi, osserva
attentamente il generale mentre entra in città donandogli subito un suo
ritratto. E’ l’inizio di una simpatia reciproca che non si incrinerà mai e
che lo porterà ad assumere incarichi pubblici di prestigio, fino ad ottenere
nel 1805 la nomina a 'premier peintre'.
Comincia in quest’epoca la serie dei ritratti. Dipinge
il “Ritratto
di Napoleone” (terminato nel 1803), il “Ritratto
del generale Desaíx” e quello di Francesco Melzi. Tra questi
il capolavoro è il Ritratto di Napoleone : non è un ritratto « all'eroica »,
non è ricercata la bellezza ideale neoclassica, come accade per il David,
l'autorità, la dignità, la forza di Napoleone non stanno nel vigore fisico
o nell'impeto travolgente del fare, ma nella luce interiore, nello sguardo
profondo e incavato, nella sapienza tattica e strategica che si vuol mettere
in luce. Il dipinto riecheggia nello schema quello del San Giovannino
leonardesco, con in piú il senso di distacco che deriva dal non far guardare
il ritrattato negli occhi dello spettatore.
A celebrazione dell'epopea napoleonica, dipinse la
serie dei Fasti, ad affresco, per il Palazzo Reale di Milano
(1803-1807), perduti in seguito ai bombardamenti. Ne sono giunti a noi
soltanto due: il ciclo comprendente l’affresco con l’Apoteosi di
Napoleone e quelli delle quattro Virtù che lo contornavano e che
erano stati precedentemente staccati e posti al sicuro.
In tali affreschi l’Appiani si attenne al vero con una
franchezza che è unica tra pittori italiani dell'età neoclassica. Per
l'Appiani si trattava di narrare la storia, e quindi di dare un giudizio
diretto e inequivocabile sugli eventi.
Dopo il compimento dei Fasti l'Appiani aumenta il
repertorio esteriore del neoclassícismo, crescono le allegorie mitologiche
(la
Toletta di Giunone, l'Incoronazione di
Giove e il Carro di Fetonte), e fa capolino l'adulazione come nell'affresco
dell'Apoteosi
di Napoleone, nudo e in trono come Giove Olímpico, nel
Palazzo Reale di Milano (1808). Dal punto di vista formale la ricerca di
movimento è tuttavia la costante inclinazione dell'Appiani, che immagina il
Carro del Sole in un audace scorcio
frontale o un
Parnaso animatissimo in un affresco
della Villa di Monza (1810). Inelimínabile è poi sempre il riferimento al
Luini e ai leonardeschi nella morbidezza sfumata del modellato o nella
tipología dei
volti.
Nel 1813 la sua parabola si spezza. Paralizzato da un
colpo apoplettíco, l'Appiani muore a Milano nel 1817, in tempo per aver
visto tramontare drammaticamente gli uomini e le idee ai quali aveva
liberamente, e senza rinnegarsi, aderito.
|