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Tra le
varie correnti che alimentavano il neoclassicismo romano prima
dell'affermarsi del Camuccini , la critica ha da tempo messo in luce
l'esistenza di una tendenza neomanierista nella seconda metà del Settecento
analizzando la personalità di artisti stranieri come Henry Fuseli (a Roma
tra il 1769 e il 1777) e William Blake, suo allievo, e ha inserito in tale
quadro la figura di Felice Giani.
Artista
piemontese trasferitosi a Roma ventenne, impegnato a decorare Palazzo
Doria nel 1780, sarà sempre attivo, come frescante e decoratore di palazzi
nobili, soprattutto tra Roma e Faenza.
Inserendo Giani nella corrente neomanierista la critica
ha forse inteso scoprire un Gianí preromantico, che assume un accento
particolare nei confronti degli altri "neomanieristi". Lontano
dall'accogliere la "grandiosità" propria del neoclassicismo, Giani accolse
di questo solo la tematica mitologica e paganeggiante e, al contrario,
affollò le sue scene di un ritmo quasi vorticoso di gesti e di figure, di
colori e di segni, mantenendo sempre un "presto" in armonia con quello
del frescante, che ha bisogno di uno stile disegnato e colorito rapidamente
e a forti contrasti d'ombre e di colori.
In altre parole Giani era interessato non dalla
credibilità, serietà e gravità dei canoni tematico-formali neoclassici, ma
dall'effetto e dal godimento fantastico della messa in scena e del racconto,
ancorché inverosimile. Perciò egli non temeva di esagerare e caricare i
gesti, le movenze e i colori, di gonfiare le muscolature, di stravolgere la
prospettiva, di accorciare o allungare le figure a piacimento a seconda
dell'estro e delle esigenze decorative.
Tutto questo
non era di poco conto; lo storicismo neoclassico subiva, infatti, attraverso
l'attitudine del Giani, una recessione verso il mito e la leggenda. La
classicità cessava di essere una fonte di fedi certe e assolute, un mondo
che si poteva far rivivere nella sua interezza purché si volesse, e si
trasformava in un vasto repertorio dove si poteva trarre un racconto, che
poteva anche essere vero (ma non era necessario che lo fosse), dal quale a
sua volta si poteva ricavare non una determinata morale civile o politica,
ma una morale "universale" o una filosofia. Questo svolgimento era il solo
che potesse accompagnarsi alla divulgazione della classicità e al tempo
stesso a una interpretazione di essa in netta opposizione a quella
ufficiale.
La vita
15 dicembre 1758:
nasce a San Sebastiano Curone (Alessandria) da Giulio Domenico e Angela
Maria Giani.
Prima del 1774 si trova a Pavia per studiare sotto la guida
del pittore Bianchi e dell’architetto Bibiena.
1778:
prosegue gli studi a Bologna.
1780:
si trasferisce a Roma sotto la protezione del principe Dora Panphili per
studiare sotto la guida di alcuni artisti fra cui l’architetto Antolini.
Negli anni 1785/86 è documentata la sua residenza a Roma;
sul finire del 1786 si trova a Faenza per decorare la Galleria dei Cento
Pacifici, come aiuto del Barozzi.
Gennaio 1787:
è nominato membro accademico d’onore dell’Accademia Clementina di Bologna.
Febbraio 1787:
lavora alla Galleria del Palazzo Conti-Sinibaldi a Faenza.
Dal 1788 al 1794
risiede a Roma, dove esegue commissioni importanti (come per l’Ermitage di
Pietroburgo), documentate dal carteggio con il conte Achille Laderchi.
4 giugno 1794:
inizia le decorazioni della Galleria di Palazzo Laderchi a Faenza ed esegue
i disegni dell’album "Da Faenza a Marradi".
1795:
ha incarichi a Iesi, a Perugia. Propone alla municipalità di Faenza di
aprire una scuola di disegno.
1799:
un disegno documenta un probabile arresto del pittore da parte delle
autorità pontificie per le sue idee giacobine.
19 ottobre 1802:
inizia le decorazioni del piano terra di Palazzo Milzetti a Faenza.
1804:
termina le decorazioni del piano nobile.
Negli anni seguenti realizza commissioni a Bologna, Roma, Venezia, Ferrara,
Ravenna, Forlì.
1811:
è nominato accademico di merito dell’Accademia di San Luca di Bologna.
Esegue decorazioni a Modigliana e a Cesena.
1812:
inizia le decorazioni dell’appartamento napoleonico al Quirinale.
Lavora al teatro di Imola, a Parigi, realizza altre decorazioni a Faenza,
come nei Palazzi Morri e Cavina, Palazzo Pasolini.
14 febbraio 1819:
è nominato membro dell’Accademia dei Virtuosi al Pantheon.
1822:
dopo un soggiorno romano, dona alla città di Faenza un medaglione con la sua
effigie e si trasferisce a Bologna.
11 gennaio 1823:
muore a Roma in seguito ad una caduta da cavallo.
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