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Nato a Roma nel 1781 da un « pupazzaro » ovvero facitore di
statuette, si trasferì a Bologna nel 1792, a seguito della famiglia, dove
studiò disegno. Nel 1798 tornò a Roma, presso l’abate Lavizzari, e divenne
allievo dell'Accademia del Nudo.Si allontanò
ancora da Roma nel '99 per partecipare alla spedizione della nuova
Repubblica Romana contro Civitavecchia, che si era ribellata ai francesi, ma
disertò la legione per girovagare, disegnando, nelle campagne maremmane.
Al ritorno si mise a eseguire
figure nei paesaggi dallo svizzero Franz
Kaiserman e per circa otto anni continuò in questo lavoro e nell’attività di
illustratore di testi letterari come la Divina Commedia, i poemi
cavallereschi, l'Eneide o il Meo Patacca di Giuseppe Bernieri.
La sua fama è legata alle raccolte di costumi
popolari nelle quali si delinea il suo stile: tratto semplice e sicuro,
lineare secondo i canoni neoclassici, ma senza quella finezza di
composizione che si ricercava nell'arte ufficiale, un neoclassicismo
popolaresco.
Nei primi anni dell’800 Pinelli frequentò
l’accademia del Giani che influenzò la sua tecnica nel modo libero di
combinare contorni, chiaroscuro e colore, in certe movenze e atteggiamenti;
come Giani aveva saputo togliere la pittura dal suo nobile piedistallo per
trasformarla in racconto, libera espressione di idee e di emozioni.
Pinelli ebbe coscienza del crepuscolo degli ideali
neoclassici. Alla certezza di sopravvivere attraverso il monumento,
contrappose infatti nei sui disegni la presenza ammonitrice del teschio e
della scritta “tutto finisce”. In un foglio, trovato tra le sue carte
alla sua morte, egli disperse idealmente al vento la sua stessa gloria
scrivendo: “Pinelli è morto e la sua tomba è il mondo”
Resta misteriosa la
sepoltura dell'artista: si pensa che le sue spoglie siano state imbalsamate
e sepolte nella chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio in piazza di Trevi,
dove erano conservati i precordi dei pontefici. Ma non è mai stata trovata
nessuna lapide che identifichi la salma, è quindi probabile, come altri
sostengono, che i suoi resti siano stati gettati via dopo le esequie, dato
che Pinelli era ritenuto un laico impenitente, indegno
di trovare collocazione accanto alle papali "frattaje”. Venne comunque apposta nella chiesa una lapide per
ricordare che Bartolomeo Pinelli vi era stato sepolto il 4 aprile 1835.
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