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 Ippolito Caffi

 (1809-1866)

 

Vero virtuoso della scienza prospettica ed ultimo erede di Canaletto, il pittore bellunese ha il merito di aver conferito nuova vitalità alla veduta di tipo canalettiano, grazie all’introduzione di decisive e fantasiose varianti. In questa operazione di rinnovamento risiede il fascino delle sue tele: Caffi è un Canaletto che ha visto Turner e l’avvento del Romanticismo. Le sue città non sono più ritratte nell’abbagliante solarità del mezzodì estivo, cara ai vedutisti settecenteschi, ma imbiancate dalla neve, inghiottite dalla nebbia, incendiate da infuocati tramonti o trasfigurate dalle mille luci delle notti di festa popolare. Non a caso l’opera che lo porta al successo, e che sarà costretto a replicare ben quarantadue volte, è quella che immortala lo struscio del popolo romano nell’ultima notte di Carnevale con il tradizionale “moccoletto” in mano.


La sua esigenza di documentare la realtà nel suo svolgersi, si parli di un particolare fenomeno atmosferico, delle novità urbanistiche ottocentesche o di un fatto di cronaca, finisce col farne un’eccezionale figura di artista viaggiatore e reporter, pronto a salire su un pallone aerostatico per provare l’emozione di vedere Roma a volo d’uccello o ad unirsi a Garibaldi nelle sue campagne di liberazione.

 

La vita

 

Nato a Belluno nel 1809, sin da giovane si sentì portato per la pittura, nonostante l'aperta avversione della famiglia. Frequentò la scuola serale del suo concittadino Antonio Federici. Quando i suoi genitori si resero conto del suo talento l'autorizzarono a recarsi a Padova  ove studiò le prime tecniche di pittura, successivamente venne ammesso all'Accademia di Venezia ove rimase sino al 1832.

 

Intraprese numerosi viaggi sia in Italia che all’estero: Grecia, Turchia, Asia Minore, Egitto.

Trasferitosi a Roma si dedicò alla pittura di vedute e più volte scelse come soggetto dei suoi dipinti le dimostrazioni popolari a sostegno di Pio IX, il papa che nei primi mesi del suo pontificato si era creato la fama di illuminato e riformatore.

Fu un fervente patriota e partecipò ai moti del 1848-49, che gli portarono non poche noie con la polizia austriaca.

 

Allo scoppio della Terza Guerra d’Indipendenza, ricorrendo agli uffici delle sue amicizie più in vista, ottenne il privilegio dell’imbarco su una nave da guerra. Avrebbe voluto ritrarre episodi della guerra sul mare, rubare gli effetti di luce di una battaglia notturna. Il 19 giugno 1866 fu invitato all’imbarco sulla nave ammiraglia della flotta italiana, la corazzata Re d’Italia, con la quale affondò il giorno dopo nelle acque di Lissa.

 

 

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