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Vero virtuoso della scienza prospettica ed ultimo erede di
Canaletto, il pittore bellunese ha il merito di aver conferito nuova vitalità
alla veduta di tipo canalettiano, grazie all’introduzione di decisive e
fantasiose varianti. In questa operazione di rinnovamento risiede il fascino
delle sue tele: Caffi è un Canaletto che ha visto Turner e l’avvento del
Romanticismo. Le sue città non sono più ritratte nell’abbagliante solarità del
mezzodì estivo, cara ai vedutisti settecenteschi, ma imbiancate dalla neve,
inghiottite dalla nebbia, incendiate da infuocati tramonti o trasfigurate dalle
mille luci delle notti di festa popolare. Non a caso l’opera che lo porta al
successo, e che sarà costretto a replicare ben quarantadue volte, è quella che
immortala lo struscio del popolo romano nell’ultima notte di Carnevale con il
tradizionale “moccoletto”
in mano.
La sua esigenza di documentare la realtà nel suo svolgersi, si parli di un
particolare fenomeno atmosferico, delle novità urbanistiche ottocentesche o di
un fatto di cronaca, finisce col farne un’eccezionale figura di artista
viaggiatore e reporter, pronto a salire su un pallone aerostatico per provare
l’emozione di vedere Roma a volo d’uccello o ad unirsi a Garibaldi nelle sue
campagne di liberazione.
La vita
Nato a Belluno nel 1809, sin da giovane si sentì portato
per la pittura, nonostante l'aperta avversione della famiglia. Frequentò la
scuola serale del suo concittadino Antonio Federici. Quando i suoi genitori si
resero conto del suo talento l'autorizzarono a recarsi a Padova ove studiò le
prime tecniche di pittura, successivamente venne ammesso all'Accademia di
Venezia ove rimase sino al 1832.
Intraprese numerosi viaggi sia in Italia che all’estero:
Grecia, Turchia, Asia Minore, Egitto.
Trasferitosi a Roma si dedicò alla pittura di vedute e più
volte scelse come soggetto dei suoi dipinti le dimostrazioni popolari a sostegno
di Pio IX, il papa che nei primi mesi del suo pontificato si era creato la fama
di illuminato e riformatore.
Fu un fervente patriota e partecipò ai moti del
1848-49, che gli portarono non poche noie con la polizia austriaca.
Allo scoppio della Terza Guerra d’Indipendenza, ricorrendo
agli uffici delle sue amicizie più in vista, ottenne il privilegio dell’imbarco
su una nave da guerra. Avrebbe voluto ritrarre episodi della guerra sul mare,
rubare gli effetti di luce di una battaglia notturna. Il 19 giugno 1866 fu
invitato all’imbarco sulla nave ammiraglia della flotta italiana, la corazzata
Re d’Italia, con la quale affondò il giorno dopo nelle acque di Lissa.
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