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Domenico Induno  (1815 - 1878)

 

Gerolamo Induno  (1825 - 1890)

                             

 

I fratelli Domenico e Gerolarno Induno nacquero a Milano rispettivamente nel 1815 e nel 1825;

nonostante fossero di famiglia molto povera, riuscirono a frequentare i corsi dell'Accademia di Brera sotto la guida di Luigi Sabatelli e di Francesco Hayez che furono tra i migliori interpreti della pittura di storia, allora considerata, come noto, l'unica vera pittura per la sua capacità di suscitare eroici sentimenti e incitare a ideali civili e patriottici.

 

A Brera i due giovani Induno ricevettero, soprattutto Domenico una accurata preparazione di tipo accademico che si manifestò nelle prime opere dai titoli significativi : "Bruto giura di vendicare Lucrezia”, “Alessandro il Grande e il medico Filippo”, “Senatore veneto”, “Velite veterano”. Ben presto però abbandonarono i temi storici, classici o biblici che furono, cui poco li portava il loro temperamento e, in sintonia con i fermenti artistici del momento e sotto lo stimolo degli ideali risorgimentali, passarono alla rappresentazione romantico-verista di eventi contemporanei grandi e piccoli: dalla storia alla cronaca.

 

Patrioti convinti furono entrambi direttamente coinvolti nei moti del '48, Gerolamo si batte per la difesa di Roma riportando incredibilmente ben 27 ferite da baionetta e in seguito partecipò alla guerra di Crimea o alla campagna di Garibaldi del '59. Da questa esperienza di vita militare nacque una copiosissima produzione di opere dichiaratamente popolari divulgatrici e attuali ispirate oltre che a episodi di guerra, alla vita dei patrioti e delle loro famiglie; all'eroe essi contrapposero l'antieroe, all'enfasi celebrativa il tepore degli affetti familiari.

 

Nei dipinti di soggetto militare Gerolamo ottenne spesso esiti felici come ne “La battaglia di Magenta”, "La battaglia della Cernia”, “L'imbarco di Garibaldi a Quarto” che si segnalano per l'asciutta eloquenza priva di retorica.

Domenico invece eccelse nelle scene d' interno in cui raggiunse finezze pittoriche e luministiche quasi fiamminghe e in cui si fece interprete partecipe e commosso della vita borghese e popolare, rappresentandone i momenti lieti e, secondo il costume del tempo, soprattutto tristi “nell'illusa credenza - dice Giorgio Nicodemi - che fosse uno degli scopi dell'arte che l'artista dovesse essere orgoglioso di poter svegliare qualche mestizia, qualche accorata dolcezza che poteva mescersi a un sorriso”.

 

Dal punto di vista più generale dell'arte europea gli Induno si inseriscono a pieno titolo nella mai interrotta tradizione della pittura di genere alla quale contribuirono nel corso dell' 800 un numero enorme di artisti: Horace Fernet, Leopold Robert, Giuseppe Molteni, Giacomo Favretto, Mariano Fortuny e tutta la schiera degli artisti austriaci legati al Biedermaier per citarne solo alcuni.

 

Le loro opere parvero come assorbite dall'ombra modesta delle case che le ospitavano…” annotava Giorgio Nicodemi nel 1933. Al successo di cui godettero in vita subentrò dopo la loro morte (Domenico moti nel 1878, Gerolamo nei 1890) "un silenzio che non si ruppe sensibilmente nemmeno quando nel 1891 fu promossa una mostra delle loro opere”; seguirono una mostra allo biennale di Venezia del 1924 e un'altra al Castello Sforzesco di Milano nel 1933. infine nel 1945 lo stesso critico dedicò loro una monografia che offre tuttora la documentazione più completa della loto produzione artistica.

 

Se si considera che all'epoca della scomparsa degli Induno si erano già sviluppati movimenti artistici profondamente innovativi come la Scapigliatura, l'Impressionismo e il Divisionismo, si comprende perché il loro verismo aneddotico, intimista e patriottico, pur avendo contribuito a liberare la pittura lombarda dai più stringenti legami accademici, apparisse superato.

 

 

(Studio Manusardi   -   www.studiomanusardi.it)

 

 

                    

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