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I fratelli Domenico e Gerolarno Induno nacquero a Milano rispettivamente nel
1815 e nel 1825;
nonostante fossero di famiglia molto povera, riuscirono
a frequentare i corsi dell'Accademia di Brera sotto la guida di Luigi Sabatelli e di Francesco Hayez
che furono tra i migliori interpreti della pittura di storia, allora considerata, come noto, l'unica vera
pittura per la sua capacità di suscitare eroici sentimenti e incitare a ideali civili e patriottici.
A Brera i due giovani Induno ricevettero, soprattutto
Domenico una accurata preparazione di tipo accademico che si manifestò nelle
prime opere dai titoli significativi : "Bruto giura di vendicare Lucrezia”,
“Alessandro il Grande e il medico Filippo”, “Senatore veneto”, “Velite
veterano”. Ben presto però abbandonarono i temi storici, classici o biblici
che furono, cui poco li portava il loro temperamento e, in sintonia con i
fermenti artistici del momento e sotto lo stimolo degli ideali
risorgimentali, passarono alla rappresentazione romantico-verista di eventi
contemporanei grandi e piccoli: dalla storia alla cronaca.
Patrioti convinti furono entrambi direttamente
coinvolti nei moti del '48, Gerolamo si batte per la difesa di Roma
riportando incredibilmente ben 27 ferite da baionetta e in seguito partecipò
alla guerra di Crimea o alla campagna di Garibaldi del '59. Da questa
esperienza di vita militare nacque una copiosissima produzione di opere
dichiaratamente popolari divulgatrici e attuali ispirate oltre che a episodi
di guerra, alla vita dei patrioti e delle loro famiglie; all'eroe essi
contrapposero l'antieroe, all'enfasi celebrativa il tepore degli affetti
familiari.
Nei dipinti di soggetto militare Gerolamo ottenne
spesso esiti felici come ne “La battaglia di Magenta”, "La battaglia della
Cernia”, “L'imbarco di Garibaldi a Quarto” che si segnalano per l'asciutta
eloquenza priva di retorica.
Domenico invece eccelse nelle scene d' interno in cui
raggiunse finezze pittoriche e luministiche quasi fiamminghe e in cui si
fece interprete partecipe e commosso della vita borghese e popolare,
rappresentandone i momenti lieti e, secondo il costume del tempo,
soprattutto tristi “nell'illusa credenza - dice Giorgio Nicodemi - che fosse
uno degli scopi dell'arte che l'artista dovesse essere orgoglioso di poter
svegliare qualche mestizia, qualche accorata dolcezza che poteva mescersi a
un sorriso”.
Dal punto di vista più generale dell'arte europea gli
Induno si inseriscono a pieno titolo nella mai interrotta tradizione della
pittura di genere alla quale contribuirono nel corso dell' 800 un numero
enorme di artisti: Horace Fernet, Leopold Robert, Giuseppe Molteni, Giacomo
Favretto, Mariano Fortuny e tutta la schiera degli artisti austriaci legati
al Biedermaier per citarne solo alcuni.
“Le loro opere parvero come assorbite dall'ombra
modesta delle case che le ospitavano…” annotava Giorgio Nicodemi nel 1933.
Al successo di cui godettero in vita subentrò dopo la loro morte (Domenico
moti nel 1878, Gerolamo nei 1890) "un silenzio che non si ruppe
sensibilmente nemmeno quando nel 1891 fu promossa una mostra delle loro
opere”; seguirono una mostra allo biennale di Venezia del 1924 e un'altra al
Castello Sforzesco di Milano nel 1933. infine nel 1945 lo stesso critico
dedicò loro una monografia che offre tuttora la documentazione più completa
della loto produzione artistica.
Se si considera che all'epoca della scomparsa degli
Induno si erano già sviluppati movimenti artistici profondamente innovativi
come la Scapigliatura, l'Impressionismo e il Divisionismo, si comprende
perché il loro verismo aneddotico, intimista e patriottico, pur avendo
contribuito a liberare la pittura lombarda dai più stringenti legami
accademici, apparisse superato.
(Studio Manusardi
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www.studiomanusardi.it)
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