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Giovanni Carnovali
nacque a Montegrino Valtravaglia nel 1804. Figlio di un muratore, si
trasferì presto con la famiglia ad Albino, presso Bergamo.
A soli 11 anni
iniziò a frequentare la scuola del pittore neoclassico Diotti, presso
l'Accademia Carrara di Bergamo, il quale capì e apprezzò il suo genio: “nato
per la pittura”.
A partire dal 1831 viaggiò molto,
recandosi a Parma, Roma, Cremona, prima di trasferirsi stabilmente a Milano
nel 1836. Successivamente si recò in Francia e Svizzera.
Nei sui viaggi analizzò e capì il passato
studiando Lotto, Tiziano, Correggio, il Parmigianino fino a giungere a
Delacroix, che conobbe a Parigi nel '45.
Pur avendo una
formazione neoclassica, sin dalle prime opere giovanili si dimostra, per il
ricorso a colori morbidi e vaporosi, vicino al primo Romanticismo lombardo.
Di carattere schivo, amante della
solitudine, viaggiava spesso a piedi per sentire la terra e osservare la
natura, quella delle cose e quella dei cuori,
il suo stile si caratterizza per un
notevole senso della luce.
Il D'Ancona è convinto che abbia preso
l'avvio da Leonardo; tra i due vede una stretta affinità di visione:
"come Leonardo possiede innato il
senso della necessità del movimento, stabilisce il carattere di universalità
della luce, attenua la forma con contorni irreali e invisibili, per venire a
fondere in un'unica massa le figure con l'ambiente che le contiene".
Pochi contemporanei apprezzarono le sue
opere. Lo capì Hayez, che avrebbe detto di lui:
"se vuole, ci mette tutti nel sacco".
Lo capì Trécourt: "è il genio
più deciso nella pittura che il nostro secolo abbia prodotto".
La critica si accorse di lui piuttosto
tardi, quando le sue opere vennero riunite alla “Mostra della pittura
lombarda del secolo XIX” nel 1909 a Milano :
"Felicemente navigando con la
fantasia in mezzo alle parvenze luminose, rapiva alla natura quella
modernità di sensi pittorici che ha colpito i suoi contemporanei e che non
può cessare di colpire i posteri. Egli vedeva la perpetua irradiazione del
cielo spargersi sul verde e sulle acque, immergersi nell'aria, apprendersi
alle figure " (Somaré);
"Il suo colore non è materia,
è luce, che si diffonde e fa crepitare il quadro...è un pulviscolo luminoso
sospeso nell'atmosfera. Dove possiamo trovare un'altro esempio di queste
polpe luminose se non nel Tiziano della vecchiaia, il più glorioso? Gli
Impressionisti, malgrado tutto, fanno sempre della luce un fatto fisico, e
nel giro di un decennio conducono in pittura persino elementi della scienza
ottica; invece il Piccio, continuando la tradizione italiana, fa della luce
un fatto poetico" (Valsecchi).
Morì il 5 luglio 1873
per un malore mentre stava nuotando nel Po.
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