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Daniele Ranzoni nacque ad Intra nel 1843. Fu
allievo dell'Accademia di Brera e dell'Accademia Albertina di Torino, dove
rimase fino al '62. Nel 1863 ritornò a Milano dove fu allievo del Bertini
insieme a Tranquillo Cremona, a Mosè Bianchi, al Carcano, allo scultore
Grandi, coi quali visse gli anni più sereni della sua esistenza.
Fra il '77 e il '79 si recò a Londra su invito dall'ambasciatore Paget.
La critica locale non capì i dipinti di Ranzoni e addirittura la Royal
Academy li rifiutò. Nel '79, malato di nervi, tornò a Intra; ma non potè più
dipingere che raramente, umiliato anche dall'internamento in manicomio.
Fin dai primi lavori egli si staccò dall'accademismo bertiniano,
allora di moda, per tradurre nella figura il rinnovamento operato da
Fontanesi nel paesaggio: ricerche di tono, variazioni di stati d'animo che i
condiscepoli notarono stupefatti già nella realizzazione del suo saggio
finale alla scuola del Bertini (una «Beatrice Cenci» realizzata prima in
variazione tonale rossigna poi in gamma turchina e infine gialla, come nelle
famosissime cattedrali di Manet). Importante per l’artista fu la carica di
nuovo che emanava dalle opere del Piccio, almeno per chi avesse occhi e
cuore capaci di captarla. Se primo sia stato Cremona o Ranzoni, è questione
molto dibattuta, probabilmente chi primo percepì il messaggio (Cremona) fu
poi aiutato dall'altro (Ranzoni) a decifrarlo e a svilupparlo. È
incontestato, però, che la spiritualità ranzoniana è più intima ed alta,
come la capacità di non dissolvere la solidità del soggetto nella libertà
della pennella sfatta e sfocata. Cremona ebbe più vasta cultura e più
benigna fortuna, Ranzoni più pronta intuizione.
Muorì ad
Intra nel 1889, a soli quarantasei anni, senza che la sua arte avesse
ricevuto quei riconoscimenti che avrebbe meritato.
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