Pagina superiore
Tranquillo Cremona
Daniele Ranzoni

 

 

 

 

 

 

 

 

Cerca nel sito

 

 

 

 

 

   

 

 

 

      

 

 

Hit Counter
 

Scapigliatura

 

La Scapigliatura     (da una conferenza di Carlo Adelio Galimberti - www.carloadeliogalimberti.it)

La scapigliatura secondo Cletto Arrighi

 

 

La Scapigliatura

Il termine “scapigliatura” definisce il clima culturale maturato in Lombardia, e soprattutto a Milano, negli anni Sessanta-Settanta dell’800. È un atteggiamento poetico che avrà i suoi connotati non solo nelle caratteristiche dello stile dell’espressione pittorica, ma qualificherà anche i modi di vivere dei suoi protagonisti.

Non sarà un fenomeno culturale circoscritto alla pittura, ma vedrà il suo manifestarsi anche in letteratura (Carlo Dossi, Giuseppe Rovani, Camillo Boito e Cletto Arrighi. A quest’ultimo si deve l’adozione del termine di «scapigliatura» dal titolo del suo romanzo La scapigliatura e il 6 febbraio, un dramma in famiglia), così come nella poesia (Arrigo Boito, Giovanni Camerana, Emilio Praga), nella musica (lo stesso Arrigo Boito e Alfredo Catalani) e naturalmente nelle arti plastiche e pittoriche con Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni, Luigi Conconi e Giuseppe Grandi.

Milano non era più la capitale politica dell’Italia ma andava acquistando quella condizione che le meriterà il termine di capitale morale, frutto del più stringente svilupparsi, in questa città, dei fenomeni urbani e industriali maggiormente allineati con il resto d’Europa. Alle contraddizioni sociali derivanti dallo sviluppo della città, si accompagnano sentimenti di disincanto delle istanze risorgimentali nutrite dalla classe intellettuale: l’unità politica dell’Italia era stata raggiunta, ma contemporaneamente rimasero irrisolti tutti i problemi di miseria endemica di gran parte del suo territorio, di un diffuso analfabetismo e di un’arretratezza economica rispetto al resto d’Europa. Tutti elementi che contribuirono a un indebolimento della tensione ideale che aveva animato gli spiriti migliori della stagione risorgimentale. Anche l’espressione artistica vedeva lo stanco riproporsi di una pittura accademica (con i consueti temi di storia), dai connotati intrisi di un romanticismo ormai esaurito, pedantemente riproposto nell’Accademia di Brera con quel suo stile pittorico smaltato, sdolcinato ed enfatico.

Negli esponenti della scapigliatura la reazione a questo sfilacciamento delle energie ideali assunse maniere estreme, anarcoidi e ribelli, che vollero così reagire a quello che ritenevano essere l’ipocrita perbenismo di una borghesia trionfante. Assunsero così le caratteristiche di artisti maledetti, sulla falsariga degli atteggiamenti sregolati della bohème parigina, mostrando questa loro condizione anche nello stile di vita: abiti trasandati, riunioni sguaiate, chiome e barbe lunghe, alcolismo, fino a fenomeni di follia e suicidio. Lo «spirito di rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti» (C. Arrighi) cui si aggiunge il «rifiuto delle regolari leggi del Bello» (A. Boito) saranno il comune denominatore di tutta l’espressione artistica degli scapigliati.

In pittura questi intendimenti porteranno al rifiuto dello stile accademico, all’abbandono dei temi di storia e a tralasciare anche gli argomenti di ordine sociale e quindi della pittura realista, con una scelta provocatoria per soggetti e temi che pescassero nel “privato” e nell’”intimo”, quasi ad evidenziare polemicamente il loro distacco dai risultati artistici al servizio d’una società nella quale non si riconoscevano. In questo clima il referente storico cui si rifecero gli scapigliati non poteva avere la sua fonte che nell’unico artista della precedente stagione romantica che aveva sciolto lo stile accademico, dando vita ad una personalissima pittura sfaldata e nebulosa: l’opera cui guardarono era infatti la pittura di Giovanni Carnovali detto Il Piccio, che, con la sua tragica fine nelle acque del Po, li aveva forse preceduti anche negli esiti drammatici dell’esistenza.

Trionferà quindi, nei temi degli scapigliati, il ritratto e il paesaggio, quale percorso introspettivo privato, alla ricerca dei dubbi, delle inquietudini, delle insicurezze degli individui e del loro ambiente. Sarà un percorso pittorico che abbandonerà il disegno tornito e la pittura leccata delle accademie per affidarsi ad un gesto guizzante, dai contorni indefiniti, con appariscenti contrasti luministici a sottolineare un sottile turbamento dello stato d’animo dei personaggi rappresentati. La pennellata si sfrangia e la materia pittorica si fa pulviscolare, con quell’ irrequietezza del pennello che esalta il frammentario, il provvisorio, l’instabile del sentimento che si punta a rappresentare.

Possiamo quindi immaginare la reazione di rifiuto che immediatamente ebbero i protagonisti della scapigliatura. Basti citare il commento della critica all’Esposizione Nazionale che si tenne a Brera nel 1872: «La scuola del futuro ha due distintissimi rappresentanti [...] il signor Tranquillo Cremona e il signor Daniele Ranzoni [...]. L’umanità veduta dall’occhio di que’ due artisti perde immediatamente ogni limitazione di contorni, ogni certezza di dimensioni. Le teste di bambagia, soffici, leggere, ruotano in un’atmosfera variopinta come un uovo sodo in un insalata composta». (P. Ferrigni).

Il sostegno dei mecenati garantì quindi la sopravvivenza degli artisti scapigliati, che benchè vivessero in rustici antri attorno a Corso Monforte (Via Viavio, Via Conservatorio) e frequentassero volentieri le bettole e le osterie popolari, non rinunciavano alla frequentazione della buona borghesia e dei suoi luoghi lussuosi. Gli esponenti di quest’ambiente, determinante per il loro carattere di mecenatismo nei confronti della scapigliatura, furono Benedetto Junk a Milano, uomo di cultura e musicista, e il principe Troubetzkoy sulle rive del lago Maggiore.

Anche lo stile della scultura prese gli aspetti “disfatti” della pittura. Le opere di Giuseppe Grandi perdono infatti la levigatezza neoclassica e i nitori delle retoriche statue romantiche, per trattenere nelle sue forme quel gesto mosso dell’azione modellante, vibrante di un luminismo pittorico, che avrà i suoi esisti estremi nelle sfumanti “liquidità” delle sculture di Medardo Rosso.

La Scapigliatura fu quindi una stagione di rottura con una storia ormai conclusa e che rappresentò quindi quel fecondo terreno che alimenterà anche in Italia l’esuberante pianta delle avanguiardie, che vedrà il suo culmine, dopo la sfavillante stagione divisionista, negli esiti clamorosi della poetica futurista.

 

                                                       h

 

La Scapigliatura secondo Cleto Arrighi

 

Il termine "Scapigliatura" (traduzione del francese boheme), venne utilizzato per la prima volta in un romanzo di Cleto Arrighi "Gli ultimi coriandoli", successivamente ripreso nel romanzo "La Scapigliatura e il 6 Febbraio", nel quale l’autore scriveva :

"In tutte le grandi città del mondo incivilito esiste una certa quantità d'individui d'ambo sessi - v'e' chi direbbe: una certa razza di gente fra i venti e i trentacinque anni non più, pieni d'ingegno quasi sempre; più avanzati del loro secolo, indipendenti come l'aquila delle Alpi; pronti al bene quanto al male; inquieti, travagliati, turbolenti - i quali - e per certe contraddizioni terribili fra loro condizione di stato, vale a dire fra ciò che hanno in testa e ciò che hanno in tasca, e per la loro particolare maniera eccentrica e disordinata di vivere, e per... mille e mille altre cause e mille altri effetti il cui studio formerà appunto lo scopo e la morale del mio romanzo - meritano di essere classificati in una nuova e particolare suddivisione della grande famiglia civile, come coloro che vi formano una casta sui generis distinta da tutte quante le altre."

"Questa casta o classe - che sarà meglio detto - vero pandemonio del secolo - personificazione della storditaggine e della follia, serbatoio del disordine, dello spirito d'indipendenza e di opposizione agli ordini stabiliti, questa classe, ripeto, che a Milano ha più che altrove una ragione e una scusa di esistere, io, con una bella e pretta parola italiana, l'ho battezzata appunto: la Scapigliatura Milanese."

"La Scapigliatura milanese e' composta di individui di ogni ceto, di ogni condizione, di ogni grado possibile della scala sociale. Plebe, medio ceto e aristocrazia; foro, letteratura e commercio; celibato e matrimonio, ciascuno vi porta il suo tributo... Da un lato un profilo più italiano che Meneghino, pieno di brio, di speranza e di amore, e rappresenta il lato simpatico e forte di questa numerosa classe, inconscia delle proprie forze, anzi della propria esistenza, propagatrice delle brillanti utopie, focolare delle idee generose, anima di tutti gli elementi geniali, artistici e politici del proprio paese, che ogni causa o grande o folle fa balzar d'entusiasmo, che conosce della gioia la sfumatura arguta del sorriso, e lo scroscio franco e prolungato, ed ha le lagrime del fanciullo sul ciglio e le memorie feconde nel cuore."

"Dall'altro invece un volto smunto, solcato, cadaverico, su cui stanno le impronte delle notti passate nello stravizio e nel giuoco, su cui si adombra il segreto del dolore infinito, e i sogni tentatori di una felicità inarrivabile e le lagrime di sangue, e le tremende sfiducie e la finale disperazione."

 

Per approfondire :

La scapigliatura   

 

             h