|
La Scapigliatura
Il termine
“scapigliatura” definisce il clima culturale maturato in Lombardia, e
soprattutto a Milano, negli anni Sessanta-Settanta dell’800. È un
atteggiamento poetico che avrà i suoi connotati non solo nelle
caratteristiche dello stile dell’espressione pittorica, ma qualificherà
anche i modi di vivere dei suoi protagonisti.
Non sarà un
fenomeno culturale circoscritto alla pittura, ma vedrà il suo manifestarsi
anche in letteratura (Carlo Dossi, Giuseppe Rovani, Camillo Boito e Cletto
Arrighi. A quest’ultimo si deve l’adozione del termine di «scapigliatura»
dal titolo del suo romanzo La scapigliatura e il 6 febbraio, un dramma in
famiglia), così come nella poesia (Arrigo Boito, Giovanni Camerana, Emilio
Praga), nella musica (lo stesso Arrigo Boito e Alfredo Catalani) e
naturalmente nelle arti plastiche e pittoriche con
Tranquillo Cremona,
Daniele Ranzoni, Luigi Conconi e Giuseppe Grandi.
Milano non era più la capitale politica
dell’Italia ma andava acquistando quella condizione che le meriterà il
termine di capitale morale, frutto del più stringente svilupparsi, in questa
città, dei fenomeni urbani e industriali maggiormente allineati con il resto
d’Europa. Alle contraddizioni sociali derivanti dallo sviluppo della città,
si accompagnano sentimenti di disincanto delle istanze risorgimentali
nutrite dalla classe intellettuale: l’unità politica dell’Italia era stata
raggiunta, ma contemporaneamente rimasero irrisolti tutti i problemi di
miseria endemica di gran parte del suo territorio, di un diffuso
analfabetismo e di un’arretratezza economica rispetto al resto d’Europa.
Tutti elementi che contribuirono a un indebolimento della tensione ideale
che aveva animato gli spiriti migliori della stagione risorgimentale. Anche
l’espressione artistica vedeva lo stanco riproporsi di una pittura
accademica (con i consueti temi di storia), dai connotati intrisi di un
romanticismo ormai esaurito, pedantemente riproposto nell’Accademia di Brera
con quel suo stile pittorico smaltato, sdolcinato ed enfatico.
Negli esponenti della scapigliatura la reazione
a questo sfilacciamento delle energie ideali assunse maniere estreme,
anarcoidi e ribelli, che vollero così reagire a quello che ritenevano essere
l’ipocrita perbenismo di una borghesia trionfante. Assunsero così le
caratteristiche di artisti maledetti, sulla falsariga degli atteggiamenti
sregolati della bohème parigina, mostrando questa loro condizione anche
nello stile di vita: abiti trasandati, riunioni sguaiate, chiome e barbe
lunghe, alcolismo, fino a fenomeni di follia e suicidio. Lo «spirito di
rivolta e di opposizione a tutti gli ordini stabiliti» (C. Arrighi) cui si
aggiunge il «rifiuto delle regolari leggi del Bello» (A. Boito) saranno il
comune denominatore di tutta l’espressione artistica degli scapigliati.
In pittura questi intendimenti porteranno al
rifiuto dello stile accademico, all’abbandono dei temi di storia e a
tralasciare anche gli argomenti di ordine sociale e quindi della pittura
realista, con una scelta provocatoria per soggetti e temi che pescassero nel
“privato” e nell’”intimo”, quasi ad evidenziare polemicamente il loro
distacco dai risultati artistici al servizio d’una società nella quale non
si riconoscevano. In questo clima il referente storico cui si rifecero gli
scapigliati non poteva avere la sua fonte che nell’unico artista della
precedente stagione romantica che aveva sciolto lo stile accademico, dando
vita ad una personalissima pittura sfaldata e nebulosa: l’opera cui
guardarono era infatti la pittura di Giovanni Carnovali detto Il Piccio,
che, con la sua tragica fine nelle acque del Po, li aveva forse preceduti
anche negli esiti drammatici dell’esistenza.
Trionferà quindi, nei temi degli scapigliati,
il ritratto e il paesaggio, quale percorso introspettivo privato, alla
ricerca dei dubbi, delle inquietudini, delle insicurezze degli individui e
del loro ambiente. Sarà un percorso pittorico che abbandonerà il disegno
tornito e la pittura leccata delle accademie per affidarsi ad un gesto
guizzante, dai contorni indefiniti, con appariscenti contrasti luministici a
sottolineare un sottile turbamento dello stato d’animo dei personaggi
rappresentati. La pennellata si sfrangia e la materia pittorica si fa
pulviscolare, con quell’ irrequietezza del pennello che esalta il
frammentario, il provvisorio, l’instabile del sentimento che si punta a
rappresentare.
Possiamo quindi immaginare la reazione di
rifiuto che immediatamente ebbero i protagonisti della scapigliatura. Basti
citare il commento della critica all’Esposizione Nazionale che si tenne a
Brera nel 1872: «La scuola del futuro ha due distintissimi rappresentanti
[...] il signor Tranquillo Cremona e il signor Daniele Ranzoni [...].
L’umanità veduta dall’occhio di que’ due artisti perde immediatamente ogni
limitazione di contorni, ogni certezza di dimensioni. Le teste di bambagia,
soffici, leggere, ruotano in un’atmosfera variopinta come un uovo sodo in un
insalata composta». (P. Ferrigni).
Il sostegno dei mecenati garantì quindi la
sopravvivenza degli artisti scapigliati, che benchè vivessero in rustici
antri attorno a Corso Monforte (Via Viavio, Via Conservatorio) e
frequentassero volentieri le bettole e le osterie popolari, non rinunciavano
alla frequentazione della buona borghesia e dei suoi luoghi lussuosi. Gli
esponenti di quest’ambiente, determinante per il loro carattere di
mecenatismo nei confronti della scapigliatura, furono Benedetto Junk a
Milano, uomo di cultura e musicista, e il principe Troubetzkoy sulle rive
del lago Maggiore.
Anche lo stile della scultura prese gli aspetti
“disfatti” della pittura. Le opere di Giuseppe Grandi perdono infatti la
levigatezza neoclassica e i nitori delle retoriche statue romantiche, per
trattenere nelle sue forme quel gesto mosso dell’azione modellante, vibrante
di un luminismo pittorico, che avrà i suoi esisti estremi nelle sfumanti
“liquidità” delle sculture di
Medardo Rosso.
La Scapigliatura fu quindi una stagione di
rottura con una storia ormai conclusa e che rappresentò quindi quel fecondo
terreno che alimenterà anche in Italia l’esuberante pianta delle
avanguiardie, che vedrà il suo culmine, dopo la sfavillante stagione
divisionista, negli esiti clamorosi della poetica futurista.
h
La Scapigliatura secondo
Cleto Arrighi
Il termine
"Scapigliatura" (traduzione del francese boheme), venne utilizzato per la
prima volta in un romanzo di Cleto Arrighi "Gli ultimi coriandoli",
successivamente ripreso nel romanzo "La Scapigliatura e il 6 Febbraio", nel
quale l’autore scriveva :
"In tutte le grandi città del mondo incivilito esiste una certa quantità
d'individui d'ambo sessi - v'e' chi direbbe: una certa razza di gente fra i
venti e i trentacinque anni non più, pieni d'ingegno quasi sempre; più
avanzati del loro secolo, indipendenti come l'aquila delle Alpi; pronti al
bene quanto al male; inquieti, travagliati, turbolenti - i quali - e per
certe contraddizioni terribili fra loro condizione di stato, vale a dire fra
ciò che hanno in testa e ciò che hanno in tasca, e per la loro particolare
maniera eccentrica e disordinata di vivere, e per... mille e mille altre
cause e mille altri effetti il cui studio formerà appunto lo scopo e la
morale del mio romanzo - meritano di essere classificati in una nuova e
particolare suddivisione della grande famiglia civile, come coloro che vi
formano una casta sui generis distinta da tutte quante le altre."
"Questa
casta o classe - che sarà meglio detto - vero pandemonio del secolo -
personificazione della storditaggine e della follia, serbatoio del
disordine, dello spirito d'indipendenza e di opposizione agli ordini
stabiliti, questa classe, ripeto, che a Milano ha più che altrove una
ragione e una scusa di esistere, io, con una bella e pretta parola italiana,
l'ho battezzata appunto: la Scapigliatura Milanese."
"La
Scapigliatura milanese e' composta di individui di ogni ceto, di ogni
condizione, di ogni grado possibile della scala sociale. Plebe, medio ceto e
aristocrazia; foro, letteratura e commercio; celibato e matrimonio, ciascuno
vi porta il suo tributo... Da un lato un profilo più italiano che Meneghino,
pieno di brio, di speranza e di amore, e rappresenta il lato simpatico e
forte di questa numerosa classe, inconscia delle proprie forze, anzi della
propria esistenza, propagatrice delle brillanti utopie, focolare delle idee
generose, anima di tutti gli elementi geniali, artistici e politici del
proprio paese, che ogni causa o grande o folle fa balzar d'entusiasmo, che
conosce della gioia la sfumatura arguta del sorriso, e lo scroscio franco e
prolungato, ed ha le lagrime del fanciullo sul ciglio e le memorie feconde
nel cuore."
"Dall'altro
invece un volto smunto, solcato, cadaverico, su cui stanno le impronte delle
notti passate nello stravizio e nel giuoco, su cui si adombra il segreto del
dolore infinito, e i sogni tentatori di una felicità inarrivabile e le
lagrime di sangue, e le tremende sfiducie e la finale disperazione."
|