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Caposcuola della pittura napoletana ottocentesca come l'amico Palizzi,
nacque a Napoli nel 1826 e vi studiò pittura, allievo, all'Accademia di
Belle Arti di Napoli, di Costanzo Angelini e di Camillo Guerra, che
l'educarono secondo i principi del più rigoroso accademismo.
Si trasferì poi a Roma dove continuò gli studi riportandone quell'amore
per il tema “classico” e storico che definirà tutta la prima parte della sua
vicenda pittorica.
Ritornato a Napoli, combatté sulle barricate del 1848 prima di recarsi a
Firenze dove conobbe i fermenti dei rinnovamenti della pittura toscana,
conoscenze che poi influenzeranno tutta la seconda parte della sua
espressione artistica, più libera e nervosa.
“Nella sua formazione non bisogna trascurare i viaggi compiuti poco dopo
il '50. le città maggiori dell'Italia del Nord, e poi Monaco, Berlino,
Bruxelles, Parigi, dove conosce i pittori romantici (Delacroix). Di ritorno
si ferma a Firenze, dove viene a contatto con i Macchiaioli. Ma l'esigenza
del rinnovamento era in lui ancora prima di uscire dalla sua Napoli;
acuto è il contrasto tra l'amore del vero e l'impeto della propria
immaginazione, romantica se non poetica" (Ojetti)
Morelli riconosceva l’opera innovatrice della scuola napoletana, senza
tuttavia saperne spiegare le « fonti»:
“.. andavamo a disegnare alberi e case, sempre a contorno. Immaginate voi
come si possano disegnare a contorni gli scogli, l'arena, l'acqua? e pure,
cosí disegnava Achille Gigante, cosí il Carelli! il ricordo degli studi
esposti da F. Palizzi ci ammoniva che... bisognava tenere altra via”
Parlando del modo di studiare del Palizzi e della sua ammirazione per lui
egli aggiungeva: “Noi due però eravamo agli antipodi: io sentivo che
l'arte era di rappresentar figure e cose, non viste, ma immaginate e vere ad
un tempo”
“Per il Morelli il dominio della pittura non cessava dunque, come per il
Palizzi, ai confini del visibile, e nemmeno ai confini del
verosimile, ma si estendeva a ogni manifestazione della coscienza e del
pensiero. Il Morelli non aveva formulato e non formulò mai teoricamente, né
ebbe chiaro dipingendo, questo aspetto della sua arte, ma la strada che egli
prese subito fu proprio questa, sia perché rispondeva perfettamente al suo
temperamento libero, immaginoso e battagliero, sia perché rispondeva alle
esigenze del movimento patriottico e rivoluzionario” (C. Maltese)
Partito dal rigore formale dei temi storici, come nel celebre e molto
apprezzato dai contemporanei
Gli iconoclastici, approda alla
esposizione fiorentina del 1861 con la severità espressiva del Conte di
Lara e del Torquato Tasso ed Eleonora d'Este.
Chiamato ad insegnare all'Accademia delle belle arti di Napoli vi terrà
scuola per molti anni esprimendo, come nelle
Tentazioni di S. Antonio del 1878,
quell'ambiguo lirismo romantico, tra filosofico e religioso, che si era
celato fin dall'inizio contraddittoriamente nella formula delle “figure e
cose non viste, ma immaginate e vere ad un tempo”.
Domenico Morelli divise la sua feconda vecchiaia tra lo studio
dell'Accademia e quello di via della Pace (oggi via Morelli). Morì a Napoli
nel 1901.
L’orientalismo di Morelli
(da
www.artesuarte.com/morelli)
Teorizzatore delle «cose non viste, ma immaginate e vere a un tempo»,
Morelli si trovò a costituire il centro dell'attenzione di tanti artisti
italiani, che riconoscevano nella sua arte la possibilità di raffigurare
mondi lontani nello spazio come nel tempo come se ne avesse avuto
diretta esperienza. Una strada di Costantinopoli come io la immagino
(1875) è il punto di partenza di un'avventura, tutta intellettuale, di
esplorazione del mondo islamico, mai tentata in atelier da altri artisti
italiani. Al dipinto fanno seguito una lunga serie di opere variamente
ispirate all'Oriente. Morelli non è immune da tentazioni pompier, da
suggestioni alla Gérôme, anche se filtrate dalla sua non comune sensibilità:
ne è testimonianza il
Bagno turco, con il quale egli sembra
riprendere, alla morte di Mariano Fortuny, il testimone dell'arte colorata e
spregiudicata dell'artista catalano, che aveva potuto conoscere a Resina dei
primi anni '70. Un campionario voyeuristico (schiena, seni, pube, donne nere
e bianche a raffronto), che l'artista cinquantenne affianca, negli stessi
anni, a “odalische napoletane” di rara bellezza, come la raffinata Donna
col ventaglio, un ritratto della modella Anna Cutolo, molto amata dai
pittori napoletani per la sua chioma fulva, l'espressione sensuale, i seni
morbidi.
Morelli esercitò però soprattutto un'attenzione verso l'Oriente biblico,
frequentando ripetutamente, e fino al termine della vita, i temi tratti
dall'Antico e dal Nuovo Testamento, e impostando un'iconografia moderna sui
territori dell'illustrazione catechistica, che fino alla prima metà
dell'Ottocento erano stati battuti, in Italia come in Francia,
esclusivamente dai Neoclassici e dai Puristi. L'amicizia e la stima del
primo orientalista moderno, il francese Ernest Renan, autore di una
contestatissima Vie de Jesus, contribuirono a una frequentazione
tutta intellettuale della Palestina antica, mentre per la ricostruzione
visiva del Medio Oriente moderno Morelli utilizzò le fotografie che si
faceva inviare dagli amici viaggiatori, come Adolphe Goupil o Lawrence
Alma-Tadema. Nacquero così opere come La resurrezione della figlia di
Giairo (1873), o Gli ossessi (1873-1876), o le due versioni delle
Tentazioni di Sant'Antonio, e il Cristo ministrato dagli angeli,
e la Sulamite (Cantico dei Cantici).
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