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Domenico Morelli 

(1826 - 1901)

 

“… io sentivo che l'arte era di rappresentar figure e cose, non viste, ma immaginate e vere ad un tempo”

 

Caposcuola della pittura napoletana ottocentesca come l'amico Palizzi, nacque a Napoli nel 1826 e vi studiò pittura, allievo, all'Accademia di Belle Arti di Napoli, di Costanzo Angelini e di Camillo Guerra, che l'educarono secondo i principi del più rigoroso accademismo.

Si trasferì poi a Roma dove continuò gli studi riportandone quell'amore per il tema “classico” e storico che definirà tutta la prima parte della sua vicenda pittorica.

Ritornato a Napoli, combatté sulle barricate del 1848 prima di recarsi a Firenze dove conobbe i fermenti dei rinnovamenti della pittura toscana, conoscenze che poi influenzeranno tutta la seconda parte della sua espressione artistica, più libera e nervosa.

 

“Nella sua formazione non bisogna trascurare i viaggi compiuti poco dopo il '50. le città maggiori dell'Italia del Nord, e poi Monaco, Berlino, Bruxelles, Parigi, dove conosce i pittori romantici (Delacroix). Di ritorno si ferma a Firenze, dove viene a contatto con i Macchiaioli. Ma l'esigenza del rinnovamento era in lui ancora prima di uscire dalla sua Napoli; acuto è il contrasto tra l'amore del vero e l'impeto della propria immaginazione, romantica se non poetica" (Ojetti)

 

Morelli riconosceva l’opera innovatrice della scuola napoletana, senza tuttavia saperne spiegare le « fonti»:

“.. andavamo a disegnare alberi e case, sempre a contorno. Immaginate voi come si possano disegnare a contorni gli scogli, l'arena, l'acqua? e pure, cosí disegnava Achille Gigante, cosí il Carelli! il ricordo degli studi esposti da F. Palizzi ci ammoniva che... bisognava tenere altra via”

 

Parlando del modo di studiare del Palizzi e della sua ammirazione per lui egli aggiungeva: “Noi due però eravamo agli antipodi: io sentivo che l'arte era di rappresentar figure e cose, non viste, ma immaginate e vere ad un tempo”

 

“Per il Morelli il dominio della pittura non cessava dunque, come per il Palizzi, ai confini del visibile, e nemmeno ai confini del verosimile, ma si estendeva a ogni manifestazione della coscienza e del pensiero. Il Morelli non aveva formulato e non formulò mai teoricamente, né ebbe chiaro dipingendo, questo aspetto della sua arte, ma la strada che egli prese subito fu proprio questa, sia perché rispondeva perfettamente al suo temperamento libero, immaginoso e battagliero, sia perché rispondeva alle esigenze del movimento patriottico e rivoluzionario” (C. Maltese)

 

Partito dal rigore formale dei temi storici, come nel celebre e molto apprezzato dai contemporanei Gli iconoclastici, approda alla esposizione fiorentina del 1861 con la severità espressiva del Conte di Lara e del Torquato Tasso ed Eleonora d'Este.

Chiamato ad insegnare all'Accademia delle belle arti di Napoli vi terrà scuola per molti anni esprimendo, come nelle Tentazioni di S. Antonio del 1878, quell'ambiguo lirismo romantico, tra filosofico e religioso, che si era celato fin dall'inizio contraddittoriamente nella formula delle “figure e cose non viste, ma immaginate e vere ad un tempo”.

Domenico Morelli divise la sua feconda vecchiaia tra lo studio dell'Accademia e quello di via della Pace (oggi via Morelli). Morì a Napoli nel 1901.

 

 

 

L’orientalismo di Morelli  (da www.artesuarte.com/morelli)

 

Teorizzatore delle «cose non viste, ma immaginate e vere a un tempo», Morelli si trovò a costituire il centro dell'attenzione di tanti artisti italiani, che riconoscevano nella sua arte la possibilità di raffigurare mondi lontani ­ nello spazio come nel tempo ­ come se ne avesse avuto diretta esperienza. Una strada di Costantinopoli come io la immagino (1875) è il punto di partenza di un'avventura, tutta intellettuale, di esplorazione del mondo islamico, mai tentata in atelier da altri artisti italiani. Al dipinto fanno seguito una lunga serie di opere variamente ispirate all'Oriente. Morelli non è immune da tentazioni pompier, da suggestioni alla Gérôme, anche se filtrate dalla sua non comune sensibilità: ne è testimonianza il Bagno turco, con il quale egli sembra riprendere, alla morte di Mariano Fortuny, il testimone dell'arte colorata e spregiudicata dell'artista catalano, che aveva potuto conoscere a Resina dei primi anni '70. Un campionario voyeuristico (schiena, seni, pube, donne nere e bianche a raffronto), che l'artista cinquantenne affianca, negli stessi anni, a “odalische napoletane” di rara bellezza, come la raffinata Donna col ventaglio, un ritratto della modella Anna Cutolo, molto amata dai pittori napoletani per la sua chioma fulva, l'espressione sensuale, i seni morbidi.

 

Morelli esercitò però soprattutto un'attenzione verso l'Oriente biblico, frequentando ripetutamente, e fino al termine della vita, i temi tratti dall'Antico e dal Nuovo Testamento, e impostando un'iconografia moderna sui territori dell'illustrazione catechistica, che fino alla prima metà dell'Ottocento erano stati battuti, in Italia come in Francia, esclusivamente dai Neoclassici e dai Puristi. L'amicizia e la stima del primo orientalista moderno, il francese Ernest Renan, autore di una contestatissima Vie de Jesus, contribuirono a una frequentazione tutta intellettuale della Palestina antica, mentre per la ricostruzione visiva del Medio Oriente moderno Morelli utilizzò le fotografie che si faceva inviare dagli amici viaggiatori, come Adolphe Goupil o Lawrence Alma-Tadema. Nacquero così opere come La resurrezione della figlia di Giairo (1873), o Gli ossessi (1873-1876), o le due versioni delle Tentazioni di Sant'Antonio, e il Cristo ministrato dagli angeli, e la Sulamite (Cantico dei Cantici).

 

 

 

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