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Giacinto
Gigante portò a livelli eccelsi la sensazione pittoresca dei suoi paesaggi e
delle sue vedute, dove prevale sempre il sentimento di intimismo lirico. Gli
angoli visivi non sono mai ampi, ma ristretti a piccoli spazi visti con
taglio quasi fotografico. La sensazione intima è data dalla quotidianeità
quasi banale delle cose raffigurate, che si trasfigurano in una visione
calma e quasi malinconica della realtà.
Una dinastia di artisti, i Gigante: Gaetano, il
padre, fu buon vedutista, e pittori furono altri tre fratelli di Giacinto,
Achille morto appena ventitreenne, Ercole ed Emilia.
Diciottenne, Giacinto Gigante entrò nella
scuola del tedesco Huber, dove conobbe Achille Vianelli (di cui, più tardi,
avrebbe sposato la sorella Eloisa) e Raffaele Carelli. Partito presto Huber,
i tre amici si trasferirono alla scuola di Pitloo, il pittore di origine
olandese considerato il fondatore della " scuola di Posillipo " della quale
Giacinto fu il massimo esponente.
Nel frattempo, Gigante s'impegnò presso il Real
Officio Topografico; umile incarico che gli offrì comunque l'opportunità di
apprendere le tecniche dell'incisione e della litografia.
Una scritta di suo pugno su uno dei disegni
della sua raccolta riporta :
“Questo fu il primo disegno che feci dal vero a
Posillipo in compagnia di Vianelli ed un tale Lorenzo vestito a nero e
questo credo che fu sul principio che cominciai a studiare con Huber nel
1820, in questo studio non stetti che pochi mesi, giacché il mio maestro se
ne partì da Napoli e allora pregai Pitloo, ed andai al suo studio unito a
Vianelli. Pitloo ci conosceva da Huber giacchè veniva spesso a trovarlo e
lavoravano entrambi per il duca di Berwick”.
Scritta importante per la ricostruzione sia
della biografia di Gigante che per il tessuto di relazioni tra artisti
e committenti nella complessa e fervida congiuntura culturale del secondo
decennio dell'Ottocento, ricco di novità e decisivo per la sorte di molti
paesisti napoletani.
Giacinto si specializzò Autonomamente nella
tecnica dell'acquerello, da lui nobilitata
esaltandone le potenzialità creative, alla quale aveva subordinato la
tecnica a olio, usata quasi esclusivamente su commissione.
Nel 1826, espose alla prima biennale borbonica;
a metà degli anni Trenta, conobbe il pittore russo Sçedrin, che gli presentò
ricchi connazionali, assicurandogli così cospicue commesse.
Tra il 1830 ed il '40 si affermò come eccelso
colorista e fautore della pittura "en plein air " che la scuola di Posillipo
opponeva alla pittura accademica.
Nel 1837, alla morte di van Pitloo, si trasferì
nella sua casa a S. Carlo alle Mortelle (vico Vasto 15) che divenne la
prestigiosa sede della ormai apprezzata "scuola".
dopo il 1860 era diventato una figura
carismatica, amata e stimata da tutti, vecchi amici e giovani artisti,
paesisti e non. Gigante era stato reintegrato, nonostante il suo percorso da
non allineato, anche presso la Corte dove, dalla metà degli anni cinquanta,
insegnò pittura di paesaggio ai figli di Ferdinando II di Borbone e fu
insignito nel 1851 della nomina a cavaliere dell'ordine di Francesco I.
Riepilogando il suo percorso artistico, si riscontra che il paesaggio dal
vero, ripreso dalle colline di Napoli, è solo quello realizzato durante la
prima metà del secolo. Dopo il 1860 non c'è più attrazione per la città
osservata da Oriente o da Occidente.
Gigante si dedicò maggiormente agli studi d'interno; a quel periodo risale
la famosa tempera “La Cappella del Museo di San Gennaro”, commissionatagli
da Vittorio Emanuele II.
Il grido di dolore sulla natura che stava cambiando segna l'ultimo percorso
dell'attività di Gigante e richiama alla mente il valore di quel luogo
comune paesaggistico, incentrato sul ricordo di Eduardo Dalbono che menziona
il dolore del maestro don Giacinto :
“Il
fulmine aveva schiantato il superbo pino, che fra gli altri signoreggiava
nella masseria di Nicola, sulla tomba di Virgilio a Posillipo. Non lo dire a
don Giacinto! disse a suo fratello don Gonsalvo Carelli. Se don Giacinto sa
che stanotte è morto il pino, le vene nu tuocco e more isso pure!
E don Giacinto pianse, pianse quando seppe che il magnifico pino era
divelto, pianse come se una persona cara gli fosse venuta a mancare”.
Alla fine degli anni sessanta Gigante venne chiamato a Sorrento, ospite
presso la villa dei Correale. Pompeo e Laura Correale, come voleva la norma
delle famiglie aristocratiche, avevano la necessità di affinare una "buona
educazione" nel campo delle arti con due maestri di pittura; a partire dal
1859 fino alla morte li accompagnò Teodoro Duclère e, successivamente, dal
'69 al '70, Gigante. L'intesa che si stabilì tra Gigante e Correale si
concentrò su un obiettivo comune di ricerca : salvare la memoria del
paesaggio e dei luoghi monumentali dalle trasformazioni che stavano
cambiando volto alla città, turbandolo e anche guastandolo. Era questa
l'ultima possibilità d'intervento sulla memoria del paesaggio romantico, del
quale fu singolare protagonista.
Morì settantenne il 29 settembre 1876.
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