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 Giacinto Gigante

 (1806 - 1876)

 

"Io mi trovavo a non aver battuto la strada dell’istituto, giacchè studiavo sempre dal vero”

                 

Giacinto Gigante portò a livelli eccelsi la sensazione pittoresca dei suoi paesaggi e delle sue vedute, dove prevale sempre il sentimento di intimismo lirico. Gli angoli visivi non sono mai ampi, ma ristretti a piccoli spazi visti con taglio quasi fotografico. La sensazione intima è data dalla quotidianeità quasi banale delle cose raffigurate, che si trasfigurano in una visione calma e quasi malinconica della realtà.

 

Una dinastia di artisti, i Gigante: Gaetano, il padre, fu buon vedutista, e pittori furono altri tre fratelli di Giacinto, Achille morto appena ventitreenne, Ercole ed Emilia.

Diciottenne, Giacinto Gigante entrò nella scuola del tedesco Huber, dove conobbe Achille Vianelli (di cui, più tardi, avrebbe sposato la sorella Eloisa) e Raffaele Carelli. Partito presto Huber, i tre amici si trasferirono alla scuola di Pitloo, il pittore di origine olandese considerato il fondatore della " scuola di Posillipo " della quale Giacinto fu il massimo esponente.

Nel frattempo, Gigante s'impegnò presso il Real Officio Topografico; umile incarico che gli offrì comunque l'opportunità di apprendere le tecniche dell'incisione e della litografia.

 

Una scritta di suo pugno su uno dei disegni della sua raccolta riporta :

“Questo fu il primo disegno che feci dal vero a Posillipo in compagnia di Vianelli ed un tale Lorenzo vestito a nero e questo credo che fu sul principio che cominciai a studiare con Huber nel 1820, in questo studio non stetti che pochi mesi, giacché il mio maestro se ne partì da Napoli e allora pregai Pitloo, ed andai al suo studio unito a Vianelli. Pitloo ci conosceva da Huber giacchè veniva spesso a trovarlo e lavoravano entrambi per il duca di Berwick”.

Scritta importante per la ricostruzione sia della biografia di Gigante che per il tessuto di relazioni tra artisti e  committenti nella complessa e fervida congiuntura culturale del secondo decennio dell'Ottocento, ricco di novità e decisivo per la sorte di molti paesisti napoletani.

 

Giacinto si specializzò Autonomamente nella tecnica dell'acquerello, da lui nobilitata esaltandone le potenzialità creative, alla quale aveva subordinato la tecnica a olio, usata quasi esclusivamente su commissione.

Nel 1826, espose alla prima biennale borbonica; a metà degli anni Trenta, conobbe il pittore russo Sçedrin, che gli presentò ricchi connazionali, assicurandogli così cospicue commesse.

Tra il 1830 ed il '40 si affermò come eccelso colorista e fautore della pittura "en plein air " che la scuola di Posillipo opponeva alla pittura accademica.

Nel 1837, alla morte di van Pitloo, si trasferì nella sua casa a S. Carlo alle Mortelle (vico Vasto 15) che divenne la prestigiosa sede della ormai apprezzata "scuola".

 

dopo il 1860 era diventato una figura carismatica, amata e stimata da tutti, vecchi amici e giovani artisti, paesisti e non. Gigante era stato reintegrato, nonostante il suo percorso da non allineato, anche presso la Corte dove, dalla metà degli anni cinquanta, insegnò pittura di paesaggio ai figli di Ferdinando II di Borbone e fu insignito nel 1851 della nomina a cavaliere dell'ordine di Francesco I.

Riepilogando il suo percorso artistico, si riscontra che il paesaggio dal vero, ripreso dalle colline di Napoli, è solo quello realizzato durante la prima metà del secolo. Dopo il 1860 non c'è più attrazione per la città osservata da Oriente o da Occidente. Gigante si dedicò maggiormente agli studi d'interno; a quel periodo risale la famosa tempera “La Cappella del Museo di San Gennaro”, commissionatagli  da Vittorio Emanuele II.

Il grido di dolore sulla natura che stava cambiando segna l'ultimo percorso dell'attività di Gigante e richiama alla mente il valore di quel luogo comune paesaggistico, incentrato sul ricordo di Eduardo Dalbono che menziona il dolore del maestro don Giacinto :

“Il fulmine aveva schiantato il superbo pino, che fra gli altri signoreggiava nella masseria di Nicola, sulla tomba di Virgilio a Posillipo. Non lo dire a don Giacinto! disse a suo fratello don Gonsalvo Carelli. Se don Giacinto sa che stanotte è morto il pino, le vene nu tuocco e more isso pure!
E don Giacinto pianse, pianse quando seppe che il magnifico pino era divelto, pianse come se una persona cara gli fosse venuta a mancare”.
 
Alla fine degli anni sessanta Gigante venne chiamato a Sorrento, ospite presso la villa dei Correale. Pompeo e Laura Correale, come voleva la norma delle famiglie aristocratiche, avevano la necessità di affinare una "buona educazione" nel campo delle arti con due maestri di pittura; a partire dal 1859 fino alla morte li accompagnò Teodoro Duclère e, successivamente, dal '69 al '70, Gigante. L'intesa che si stabilì tra Gigante e Correale si concentrò su un obiettivo comune di ricerca : salvare la memoria del paesaggio e dei luoghi monumentali dalle trasformazioni che stavano cambiando volto alla città, turbandolo e anche guastandolo. Era questa l'ultima possibilità d'intervento sulla memoria del paesaggio romantico, del quale fu singolare protagonista.

Morì settantenne il 29 settembre 1876.  

 

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