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(da un saggio di Luisa Martorelli su :
www.arteecarte.it)
Nella storia dell'Ottocento il capitolo dedicato alla
Scuola di Posillipo riveste un significato importante per tutto il progresso
dell'arte napoletana, compresa l'arte dei pittori dell'Accademia, perché il
"paesaggio ha una larghissima parte nella pittura moderna", come ebbe a dire
Francesco Netti, "quanta non ebbe mai nelle epoche decorse". Netti è pur
consapevole del fatto che tale processo innovativo non deriva da una nuova
invenzione del modo di fare paesaggio, perché "noi non abbiamo inventato
nulla in arte", ma non può non affermare come attraverso il paesaggio si sia
raggiunta la strada della verità e in definitiva della pittura moderna,
offrendo l'opportunità di un cambiamento e di una revisione dei metodi
dell'arte anche a tutti coloro che praticavano pittura di storia.
Una vera e propria battaglia, quella degli artisti di
paesaggio, e l'osservazione diretta del dato naturale si propone non solo
come un baluardo, seppur non dichiarato, contro l'Accademia, ma anche come
l'unico obiettivo possibile da perseguire, assieme a quei principi e ideali
di verità che erano diventati, in tempi di sostanziale difficoltà politica,
un'insopprimibile esigenza dello spirito.
Alle considerazioni di Netti, che percepisce nel valore del paesaggio uno
stato di progresso delle arti in genere, si accosta la voce eloquente di
Pasquale Villari (nel 1867) :
”La bellezza del clima, i paesaggi stupendi che
circondano Napoli, e i molti forestieri che ne chiedono sempre qualche
ricordo disegnato e dipinto, avevano fatto sorgere un certo numero di
artisti i quali, come per disprezzo, erano dagli accademici chiamati della
Scuola di Posillipo, dal luogo dove abitavano per essere più vicini ai
forestieri. Essi non facevano in origine che copiare vedute, ma gli inglesi
hanno generalmente molto gusto per questi lavori, li giudicano e li pagano
bene. Fu perciò necessario migliorare, e la Scuola di Posillipo fece infatti
progresso, e crebbe di numero”.
Nel 1900 anche Domenico Morelli, oramai anziano protagonista di quel periodo
storico riconferma la linea dei predecessori e il ruolo prioritario e
decisivo assunto dalla "famiglia" artistica della Scuola di Posillipo, che
aveva dato loro "una spinta alla riforma della pittura fra noi",
sottolineandone la consapevolezza e l'efficacia dei risultati e dei metodi,
che si fondavano interamente sullo studio del vero.
La scuola di Posillipo, novella scuola di Barbizon, perché, come
quella, aveva per base delle sue ricerche il vero, dato il genere di
quadretti, di acquerelli e di vedute che producevano gli artisti del
cenacolo, ebbe come maggiore rappresentante Giacinto Gigante, decisamente
l'artista trainante del gruppo.
E' indicibile l'amore che questi artisti, così detti
della Scuola di Posillipo portavano a tutto ciò che forniva nel paesaggio
napoletano il soggetto dei loro studi, della loro produzione, un amore che
sottolinea tre
aspetti essenziali della scuola:
-
il legame di questi artisti ai luoghi, con la relativa fortuna dei
repertori iconografici;
-
l'evoluzione romantica della topografia della
città, osservata dall'alto della tomba di Virgilio
con il superbo
pino che fa da cornice alla scenografia naturale, rappresentata in quel
contesto dall'ouverture di un
luogo comune paesaggistico che rimbalza fino a epoca moderna;
-
il riconoscimento che Gigante è il
grande interprete della Scuola di Posillipo.
La Scuola nasce, infatti, intorno agli anni venti, un
decennio di formazione molto importante per tutti gli artisti della prima
generazione (Raffaele Carelli, Vianelli, Gigante e i Fergola) che lavorano a
Napoli, dove è in fiorente attività il Real Officio Topografico, culla di
addestramento per molti di loro. In quegli anni viene adottato un nuovo
strumento ottico di trascrizione del paesaggio, la "camera lucida", una
cassetta di invenzione anglosassone (facile da usare nei rilievi all'aria
aperta, ma utile anche a delineare il contorno di un ritratto in atelier)
che agevola il lavoro dei disegnatori e dei cartografi impegnati alla
realizzazione della mappa topografica di Napoli e dintorni.
Allo stesso tempo sono già documentati a Napoli due
stranieri di grande portata, l'olandese Antoon Sminck van Pitloo che, dopo
essere stato per cinque anni a Roma si stabilisce a Napoli con un suo studio
privato, e il tedesco Jakob Wilhelm Huber, a Napoli dal 1819 al 1821, giusto
il tempo per lavorare alla collezione delle Vedute pittoresche dell'antica
città di Pompei per Rodolph Múller, litografo del ministro dell'Interno.
I primi anni del secondo decennio rivelano un
interesse fortissimo (ovviamente per la qualità dell'offerta del lavoro) per
gli artisti stranieri impegnati nel disegno di paesaggio finalizzato alla
traduzione litografica.
Dagli interessi litografici non si esime il Pltloo,
autore di un raro ed eccezionale "Primo saggio di litografia napolitana",
presumibile prova di ammissione per un impiego pubblico. Questa prova, è da
collocare tra le prime esperienze del maestro a Napoli, forse intorno al
1818. Vi è riconoscibile l'adesione a un naturalismo ancora fedele ai canoni
dei principi di disegno di paese (incisi da Vincenzo Aloja nel 1814),
corroborato da una conoscenza diretta dei modelli del paesaggio classico
derivatigli dalla formazione acquisita dai maestri francesi.
Presso l'acquerellista tedesco Huber compiono il loro primo apprendistato
Achille Vianelli e Giacinto Gigante, che imparano a dipingere il paesaggio
dal vero con l'acquerello.
Gigante è l'interprete più originale nella storia del paesaggio moderno
napoletano, testimone sin dalle origini di quel periodo intenso di confronto
tra napoletani e stranieri.
Questa palestra di addestramento li renderà gli
interpreti principali nella preparazione delle vedute che sarebbero servite
alla pubblicazione più impegnativa dei primi cinquant'anni dell'Ottocento.
Per gli artisti stranieri è sicuramente determinante quest'ambiente
artistico così vario e cosmopolita che, per motivi diversi, conduce alcuni
di loro a un passaggio obbligato per Napoli, mentre altri ancora, quali
l'olandese Pltloo e Vervloet, decidono di stabilirvisi con programmatica
continuità.
Tuttavia la percezione del paesaggio italiano offerta dagli stranieri,
durante gli anni venti del XIX secolo, è sempre vissuta in termini di
accentuata drammaticità atmosferica: splendidi paesaggi dove luce, nuvole e
variazioni cromatiche si calano al variare delle stagioni. A tali emozioni
così intense si aggiunge il folclore romanzesco e arcaico della gente
d'Italia che equilibra lo scenario paesistico con quello maestoso, il
drammatico con il mitizzato.
L'olandese Antoon Sminck van Pitloo, dopo un
periodo di Pensionato a Roma si trasferisce a Napoli nel 1816.
La sua formazione a Parigi prima del viaggio a Roma, lo porta ad
itrodurre a Napoli per la prima volta la visione en plein air
adottando la tecnica nuova della pittura a olio su carta.
L'utilizzazione della carta dipinta (intelata in un
secondo momento) è un metodo che il maestro olandese potrebbe aver adottato
successivamente al suo esordio in Accademia in qualità di detentore della
cattedra di Paesaggio, la prima istituita in Italia, a partire dal 1824.
La novità del metodo di Pitloo sta nell'aver
sovvertito il tradizionale studio del paesaggio elaborato a cavalletto
introducendo l'osservazione dal vero della natura. Il paesaggio è dipinto
direttamente sul foglio di carta che, quindi, fa parte del corredo
propedeutico all'escursione all'aperto, e diventa uno strumento
indispensabile all'artista.
Il dipinto su carta, montato su cartone o su tela, è un'innovazione di
matrice francese in voga in tutta la prima metà dell'Ottocento, da
Valenciennes a Corot.
Attraverso una nuova concezione della natura e nuovi
strumenti di lavoro, Pltloo supera la mera concezione idealistica e sublime
dei suoi predecessori, raggiungendo l'obiettivo perseguito in comune con
Valenciennes, dell'approccio diretto al vero, metodo di ricerca
indispensabile praticato anche da Valenciennes, e soprattutto momento
creativo e autonomo, portatore di significato per tutto il secolo moderno.
Il metodo della carta intelata, comunemente impiegato dal maestro Antoon
Sminck van Pltloo è usato anche da alcuni dei napoletani della prima
generazione, quegli "anziani della Scuola di Posillipo" che avvertono le
istanze innovative della lezione del maestro olandese e fondano i nuovi
principi del paesaggio sullo studio dal vero della natura.
Aspetti di innovazione tecnica si scorgono nella prima
produzione a olio di Giacinto Gigante, Raffaele Carelli, in tanti dipinti di
Duclère al Correale, negli studi di paesaggio di medio e piccolo formato di
Consalvo, in un arco cronologico che va dagli anni venti al 1845.
Escludendo Achille Vianelli, che dopo l'apprendistato
con Huber prosegue da specialista nel settore litografico editoriale,
tralasciando quasi completamente la pittura a olio, gli altri due compagni,
Carelli e Gigante, sono pronti a recepire le novità del maestro olandese
mostrando, tuttavia, una cifra pittorica ancora irrigidita in schemi
pregressi. Sia nel "Porto di Castellammare" di Raffaele Carelli, sia nel
"Mercato a Castellammare" di Gigante, pur nella sperimentazione del nuovo
modo di fare paesaggio, i dipinti appaiono fermi alla volontà di rispettare
i canoni dell'antica pittura di paesaggio animata con figure; in poche
parole, il loro paesaggio sembra evocare modelli di prospettiva seicentesca
attraverso un modo di rappresentazione delle figure concepito alla maniera
di Callot.
La dipendenza dei paesisti napoletani dalla pittura di tradizione olandese,
francese, e soprattutto dai napoletani del Seicento, da Salvator Rosa a
Domenico Gargiulo, è molto forte. Anche nel percorso personale dell'artista
più indipendente del gruppo e più libero dai vincoli accademici, qual è
Gigante, l'unico che affronta le più esaltanti esperienze del paesaggio col
mezzo dell'acquerello, si ravvisa una profonda attenzione nei confronti
degli antichi, a tratti audacemente rispettosa del passato, forse utile a
colmare il suo disagio culturale nei confronti dei maestri di paesaggio o a
sopperire all'assenza dei canoni di studio tradizionali praticati in
Accademia.
L'approccio innovativo della pittura dal vero trova
riscontro nei contributi prodotti a uso dei viaggiatori dell'ottocento, come
i Souvenirs pittoresques de Naples o gli Esquisses pittoresques, da parte
delle nuove imprese litografiche d'Europa, a Parigi, Napoli o Zurigo. A
partire dagli anni venti si rinnova il tradizionale ruolo di protagonista
assunto dalla città di Napoli che, ancora una volta, con le sue bellezze
naturali, oltre alle vicine Pompei ed Ercolano, si configura al crocevia
degli interessi di una nuova domanda di mercato dell'immagine.
I pittori di paesaggio devono la loro fortuna al
consenso ottenuto soprattutto fra i mecenati aristocratici dell'entourage
della corte napoletana e alla committenza aristocratica russa (lo zar Nicola
1 nel 1845 commissiona due diverse vedute di Napoli a ognuno degli artisti
di paesaggio più rinomati del momento: Carelli, Smargiassi, Gigante e
Vervloet).
Non si può sapere quanto costoro abbiano influenzato gli artisti, ma è certo
che i rapporti con i committenti condizionano gli artisti nel ricorso ai
modelli della tradizione. Ogni pittore di paesaggio reca con sé un complesso
retroterra culturale, che manifesta più o meno apertamente, quando decide di
elaborare una creazione originale.
Dai modelli del passato non si esime nessun artista
che intende partecipare alle mostre biennali programmate nell'ambito del
circuito ufficiale di promozione culturale, che favorisce contatti con il
collezionismo più evoluto. Tuttavia, anche i collezionisti di nuova matrice
borghese, sono fermi a un modello di collezionismo che simula quello
aristocratico-borbonico e condiziona la produzione dei napoletani nel
rispetto delle regole dettate dalla tradizione del paesaggio classico.
D'altra parte la posizione assunta nei confronti della veduta razionale,
aggiornata con l'ausilio di nuovi strumenti scientifici per la ripresa dal
vero, è un dato importante, ma resta solo un punto di partenza per i moderni
paesisti dell'Ottocento. Il vero va studiato nella maniera più rigorosa, ma
l'obiettivo è il paesaggio inteso come rielaborazione dei dati del vero ai
fini della composizione.
Se riflettiamo, i vedutisti integrali sono pochi. Si può considerare, come
appartenente a pieno diritto alla compagine della Scuola di Posillipo il
belga Frans Vervloet, vedutista integrale considerato tale anche dai
committenti, che rielabora Canaletto in tre dipinti realizzati alla fine
degli anni trenta per la Biblioteca privata del re: "Piazza San Marco a
Venezia" (Napoli, Palazzo Reale), la "Chiesa della Salute presa
dall'Accademia" e la "Veduta della Riva degli Schiavoni" del Museo di
Capodimonte. Tutti gli altri artisti ambiscono alla riconsiderazione del
ruolo di paesista in una posizione che li vede superiori rispetto alla
concezione della veduta, intesa come pura norma di studio.
In definitiva, riassumendo la storia del paesaggio a
Napoli, potremmo affermare che la grande rivoluzione prodotta da Pitloo in
Accademia nello stravolgimento del metodo di studio del paesaggio studiato
dal vero dura un ventennio circa, senza trovare futuro. Basterà ricordare
che cosa succede alla morte di Pitloo. In circostanze storiche
immediatamente successive alla scomparsa del maestro olandese, Smargiassi
restaura i modelli della vecchia Accademia, reintroducendo una concezione di
carattere aulico, di retaggio seicentesco. Tutti gli altri paesisti sono
arrestati da un'involuzione dettata dall'interruzione prodotta non solo
dalla morte improvvisa del maestro, ma anche dall'assenza di principi
teorici ai quali appellarsi. La mancanza di un "programma" innovativo porta
a un processo di riconversione ai modelli di condizionamento della
tradizione.
Mentre si consumava l'inerte problematica accademica sul modo di concepire
in maniera idealizzante la pittura paesistica, il paesaggio stava mutando la
sua identità, e il gruppo ispiratore della Scuola di Posillipo non aveva più
argomenti di originale suggestione da proporre.
Negli anni sessanta sono ancora vivi tanti pittori
della Scuola. Nel 1837 era morto Pitloo, per l'epidemia di colera, nel 1846
Achille Gigante, fratello minore di Giacinto, ma tutti gli altri sono ancora
in attività. Fergola, Duclère, Vianelli, Gigante, Carelli , Franceschini,
Vervloet, il barone Pasquale Mattei che, oltre a essere storico-erudito e
artista dilettante, ha avuto il merito di riconoscere per primo la grandezza
dell'insegnamento di Pitloo, consacrata attraverso le pagine del "Poliorama
Pittoresco". Nonostante tutte queste presenze, avanzate negli anni, gli
artisti non sono più ispirati e si trovano di fronte un paesaggio che sta
per morire.
Il saggio completo di Luisa Martorelli su :
www.arteecarte.it
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